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“A casa di Cosa Nostra”, un libro per capire il mondo mafioso

cartello no mafia all entrata di un edificio
In Sicilia la mafia si è fatta più discreta, ma ciò non vuol dire che è scomparsa. Copyright 2023 The Associated Press. All Rights Reserved

Nascere in un contesto mafioso e uscirne. Nino Rizzo, psicoterapeuta e psicoanalista di Ginevra, si racconta e racconta il suo percorso da figlio di mafia in un libro intenso.

Nino Rizzo è nato nel 1950 a Ramacca, in provincia di Catania. Arrivato in Svizzera all’età di 20 anni dopo aver iniziato gli studi di medicina in Sicilia, sapeva che se fosse rimasto nella sua isola non sarebbe mai riuscito a staccarsi dall’ambiente mafioso nel quale era nato. Suo padre fu arrestato dal giudice Falcone nel 1988. Già nei primi del Novecento il prozio Tano, a cui dedica il libroCollegamento esterno, fu condannato a 30 anni di galera “e in galera perse il senno”. A casa di Cosa Nostra, sì, ma anche un lavoro di analisi della mentalità mafiosa e di riflessione sulla rappresentazione della mafia nell’immaginario collettivo.

copertina di un libro
“A casa di Cosa Nostra – Psicoanalisi degli uomini e delle donne di mafia”, Ed. La Bussola 2023. La Bussola Edizioni

tvsvizzera.it: Nel libro si definisce “figlio di mafia” e non “figlio di mafioso”. Perché questa sfumatura?

Nino Rizzo: Perché indipendentemente del cammino che facciamo poi, noi figli di mafiosi, siamo impregnati da quella mentalità. Ed è molto difficile venirne fuori, ridefinirsi.

Alcuni collaboratori di giustizia si definiscono “frutto di quest’albero”, l’albero essendo la mafia, e non riescono a liberarsene. Lei cosa fa di quest’albero?

Credo che rinnegarlo sia impossibile, perché vorrebbe dire rinnegare i nostri nonni, padri, zii, fratelli, e quindi rescindere parti importanti di quest’albero, intendo quelle parti buone. Se io ho voglia, ma anche bisogno di mantenermi legato e di essere nutrito, in modo tale che la linfa arrivi fino a me, devo mantenere dei rapporti veri e di affetto. Continuo ad avere molto affetto per mio padre e per tanti altri adulti come lui accanto ai quali vissi la mia infanzia e la mia adolescenza, ma a un certo momento mi sono reso conto che una parte di questa linfa era tossica. E ho dovuto apprendere piano piano a costruire all’interno di me questi “antitossici” per separare una parte di questa linfa e lasciarmi nutrire dal resto.

Uomo seduto su una poltrona
Classe 1950, Nino Rizzo vive a Ginevra e ha alle spalle una lunga carriera di psicanalista e psicoterapeuta. Nino Rizzo

Come si gestisce questa disarmonia tra l’essere figlio di mafia e la voglia di costruirsi come una persona libera, o se non libera, più indipendente da queste radici?

È molto difficile, sinceramente. Oggi posso affermare che sono riuscito a liberarmi, e lo posso dire con molta serenità, però è stato un lungo e travagliato processo al quale hanno certamente contribuito la distanza geografica che ho messo con la Sicilia e un percorso ventennale di psicoterapia e psicoanalisi personale. E so che l’insieme continua a travagliarmi.

“Il giorno in cui la mafia sarà narrata come un gruppo di uomini in rottura con la società civile che cerca di vivere indebitamente a spese della collettività, quando il mafioso non sarà più tratteggiato come un oggetto di tacita ammirazione e d’inconfessabile desiderio da parte di una grande quantità di donne e uomini, a quel punto il muro protettivo di mafiosità che protegge il sistema comincerà a sgretolarsi.”

Estratto del libro “A Casa di Cosa Nostra”

Nel suo libro descrive perfettamente la duplice valenza del mafioso, “socialmente normale e segretamente delinquente, affettuoso nella sfera familiare e prevaricatore all’interno del suo gruppo, protettivo e premuroso con i suoi ma prepotente e violento con gli altri”. Questo illustra quanto la mafia sia assimilabile ad un regime che condiziona la vita dei suoi membri?

Sì. O ci identifichiamo, intendo noi figli di mafiosi, totalmente a questo duplice modo di funzionare, ed entriamo in questa sorta di normalità, o ci schieriamo contro e siamo allora fisicamente eliminati oppure rischiamo prima o poi la depressione e la follia. Non parlo di banalità, ma di normalità.

Mi spiego: anche per un mafioso uccidere non è banale. Perché i mafiosi in genere, tranne alcuni membri che situerei piuttosto sul versante psicopatico e che possono uccidere freddamente e poi girare la pagina, non entrano mai in questa banalità del male, come potevano fare i nazisti alla maniera di Adolf Eichmann di cui ci ha parlato Hannah Arendt. Ma in una forma di normalità… sì. La filosofia del mafioso è: “Le leggi sono giuste e necessarie ma non sempre per me”. Egli celebra realmente la legge e allo stesso tempo la trascende quando decide di farlo. È questa la sua posizione di “perversione sociale”.

Quella è proprio l’espressione del condizionamento criminale inerente a questo mondo, dove si impara che la vera normalità è dal lato dell’organizzazione, mentre invece il resto del mondo non è veramente normale?

Esattamente, tanto più che il resto del mondo viene a confermare e a consolidare questo adattamento sociale. Guardi che da qualche mese, da quando è stato pubblicato il libro, mi sento dire da amici che mio padre, oppure lo zio X, lo zio Y, erano degli uomini buoni. Perché? Perché ci si prendeva il caffè insieme, si giocava a carte, si faceva una passeggiata, e se avevo bisogno di lui, andavo a trovarlo e mi aiutava.

Ed è vero, socialmente parlando, erano persone buone, apprezzate ed amate. Questa parte dei mafiosi, socialmente adattata fa sì che anche il tessuto sociale intorno approva e trova normale quello che sono, anche se si sa che fanno “certe cose”.

Altri sviluppi

Questo fenomeno si vede anche in Svizzera e contribuisce a rafforzare l’idea secondo la quale i mafiosi, tutto sommato, sono delle brave persone, sono personaggi da film e non rappresentano nessun pericolo.

Sì, ma la cosa incredibile è che questa maniera di escludere la dimensione violenta si ritrova anche in Sicilia. Se si apprende alla radio o in televisione che hanno ammazzato qualcuno, la gente si dice che si ammazzano tra di loro e non si fa tante domande. Lo stesso se uno non paga il pizzo e viene punito, si pensa che bastava pagare per non avere problemi. E così si arriva a quella sorte di “normalità forzata”, cioè di mafiosità. E questo è il terreno di cui la mafia ha bisogno.

Bisogna ricordare che la vita mafiosa non è quella ostentata nei film, anzi. È una vita cupa, travagliata e guidata dalla paura: quella di perdere il potere, di essere arrestato o ucciso. Che cosa spinge il mafioso a diventare tale?

Prenderò l’esempio di mio padre. Egli scelse la via della mafia innanzitutto perché suo padre era già un mafioso, e quindi difficilmente avrebbe potuto dire di no. Ebbe comunque dei vantaggi sicuri, come trovare un lavoro. Si inserì in un processo che il libro Il Gattopardo spiega molto bene, cioè il momento in cui gli aristocratici siciliani si ritirano dalle campagne alle città e lasciano in custodia i loro feudi ai mafiosi.

E in genere questi mafiosi come mio padre erano degli ottimi contadini, capaci effettivamente di fare rendere quelle terre. Quindi mio padre ebbe un interesse psicologico molto importante di identificarsi a suo padre, ed ebbe anche un interesse economico importantissimo che gli permise di farmi studiare e frequentare scuole private di buon livello. Ma mio padre, in realtà, non si rese conto che spingendomi verso studi superiori in un certo senso mi spinse a pensare con la mia mente e quindi ad uscire dal suo mondo.

Quanto scrive e racconta nel suo libro è assolutamente contrario alle regole mafiose. Possiamo immaginare che per i suoi familiari la sua testimonianza sia una forma di violenza. Come è stato accolto il libro in Sicilia?

Ho aspettato che tutti gli uomini della mia famiglia implicati nella mafia fossero morti, ma ho anche maturato questo libro per 50 anni. Poi qualche anno fa, andando sui miei 70 anni, ho pensato che non volevo morire senza aver detto quello che ho vissuto. Mi sono ricordato quando mio padre mi disse con tono molto grave: “Se un giorno tu dovessi dire o fare qualcosa di contrario alle mie leggi non potrei proteggerti”. Sottointeso, “Dovrei farti ammazzare”. Per un padre, per un fratello, per uno zio, fare uccidere un figlio, un nipote o un fratello è terribile.

Quindi ho anche voluto evitare a loro questa tragedia. Il libro è stato recepito dalla mia famiglia con molto dolore. E capisco molto bene questa loro reazione, anche se avevo annunciato da molto tempo la sua pubblicazione. Entrare in questo processo di rimessa in questione è molto difficile, e soprattutto quando si continua a vivere nell’ambiente di origine. Le ricordo che io ho potuto prendere questa distanza perché, tra l’altro, vivo in Svizzera da più di 50 anni.

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