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"Voglio morire con dignità"

Francesco De Angelis, vittima dell'uranio impoverito come molti altri militi italiani in missione soprattutto all'estero, chiede allo Stato il diritto di essere curato

Questo contenuto è stato pubblicato il 24 ottobre 2016 - 14:58

"Sono stato tradito da uno Stato che ho servito con onore. Abbandonato. Come tutti gli altri militari che si sono ammalati a causa dell'uranio impoverito. Nessuno si chiede come stiamo andando via. Nessuno pensa alle nostre sofferenze e a quelle di chi ci ama e, impotente, ci vede spegnerci ogni giorno. Voglio morire con dignità. E per farlo questo paese mi costringe a pagare. Dopo avermi condannato a morte".

Francesco De Angelis, 30 anni di servizio nell'arma dei carabinieri con missioni in Bosnia, Albania e Kosovo, arresti di latitanti e tantissime onorificenze arrivate anche dal presidente della Repubblica da anni sta portando avanti una battaglia affinché lui e molti altri militari italiani, anche deceduti, vengano riconosciuti dallo Stato come vittime dell'uranio impoverito. "Ho partecipato a tutte le più importanti missioni all'estero dove - come abbiamo purtroppo scoperto solo dopo - si faceva uso di uranio impoverito nelle munizioni anticarro e nelle corazzature di alcuni sistemi di armamenti... Nessuno ci ha detto dei rischi. Delle malattie.

Mi hanno bombardato di vaccini prima di partire e oggi pretendono che sia io a provare il nesso di causa-effetto. Ma io so solo che prima di partire per la mia prima missione, ero un ferro. All'arma mi hanno sempre sottoposto ad ogni tipo di analisi e visita medica. Lo Stato ha il dovere di riconoscere il nostro diritto ad essere curati. Non possiamo pagarci pure analisi cliniche, tac e quant'altro. E se vogliamo andarcene con dignità ci devono permettere di farlo. Per questo viaggio, l'ultimo, è l'Italia che deve pagare il biglietto".

Raffaella Fanelli

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