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Salari minimi in Ticino, l'approfondimento

Gli argomenti di sostenitori e detrattori della proposta dei Verdi, che toccherebbe le buste paga sotto i 3500 franchi e sarà sottoposta a voto popolare il 14 giugno

Il prossimo 14 giugno i cittadini ticinesi saranno chiamati a esprimersi sulla proposta dei Verdi, appoggiata da Partito socialista e Lega, di inserire nella Costituzione il principio di salari minimi. La misura, approvata a marzo dal Gran Consiglio, punta l'indice su uno dei problemi maggiormente avvertiti nel Cantone: quello del dumping e delle precarietà del lavoro.

Il provvedimento toccherebbe i salariati sotto i 3'500 franchi, che oggi sono 17'659 -il 15% del totale- ma solo, si fa per dire, 7'000 residenti. Sono 9'420 i lavoratori che guadagnano addirittura meno di 3000 franchi, soprattutto frontalieri e in maggioranza -2 terzi- donne.

Il fronte sindacale non è compatto. L'Organizzazione cristiano-sociale ticinese saluta favorevolmente l'iniziativa, che ripone il tema dei salari al centro del dibattito e spronerebbe all'adozione di nuovi contratti collettivi. Più titubante l'Unione sindacale svizzera che non ha dato indicazioni di voto, a causa di timori sull'entità del salario e il ruolo di controllore del Governo.

Intanto sono passate le elezioni politiche, ma anche il nuovo Governo ribadisce: l'iniziativa porterebbe molti svantaggi e pochi, illusori, vantaggi. Il timore è per l'impatto che avrebbe sull'economia cantonale con un costo supplementare di 60 milioni di franchi.

Quella presentata in Ticino, non è la prima iniziativa cantonale sui salari minimi: già 5 cantoni svizzero-francesi l'hanno vagliata. Solo gli elettori di Giura e Neuchâtel hanno detto sì. La misura, peraltro, non è ancora entrata in vigore perché cavilli e ricorsi ne hanno bloccato l'applicazione.

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