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1943-1945, una speranza chiamata Svizzera

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Una bambina rifugiata in Svizzera il primo ottobre 1944 dopo che le truppe nazi-fasciste hanno ripreso il controllo della Val d'Ossola. Keystone / Walter Studer

Una moltitudine di persone ha raggiunto la Confederazione durante la Seconda guerra mondiale. Un percorso transfrontaliero a tappe sulle sponde del lago Maggiore, inaugurato di recente, ripercorre le vite e le vicende di chi scappò, di chi venne respinto e di chi accolse.

Rifugiati civili e rifugiati politici, ebrei, soldati, disertori e prigionieri di guerra, bambini: durante la Seconda guerra mondiale, le persone arrivate in Svizzera sono state decine di migliaia. Stando al libro di memorie intitolato Oltre la rete pubblicato nel 1946 dal colonnello Antonio Bolzani, che durante la guerra aveva comandato il Circondario territoriale ticinese svolgendo quindi un ruolo di primo piano, il numero preciso è 293’773. Molte di queste persone cercarono rifugio in Ticino dove, tra l’8 settembre 1943 (giorno in cui venne reso noto l’armistizio siglato dall’Italia con gli Alleati) e la fine della guerra nel 1945, entrarono più di 26’000 soldati e circa 12’000 civili.

Una storia fatta di luoghi e di persone

Per ricordare e raccontare alcune delle storie di quei venti mesi di guerra civile in Italia e della fuga di così tante persone verso la Svizzera, Fondazione Monte Verità e Insubrica Historica hanno messo a punto il Percorso della SperanzaCollegamento esterno: sul lago Maggiore, nei comuni elvetici di Ascona, Brissago e quelli italiani di Cannobio e Verbania, in 17 luoghi sono state poste altrettante targhe metalliche dotate di un QR code grazie al quale è possibile accedere ai testi che ricordano vicende e personaggi importanti.

“Il progetto nasce dall’urgenza di mantenere la memoria”, spiega Nicoletta Mongini, direttrice Cultura della Fondazione Monte Verità, che insieme a Raphael Rues, fondatore di Insubrica Historica, ha curato il progetto. “Col tempo scompaiono i testimoni diretti, ma i luoghi possono essere messaggeri e raccontare il rapporto di fratellanza tra l’Italia e la Svizzera che ha caratterizzato gran parte delle storie che raccontiamo”. “Col tempo il percorso si amplierà – aggiunge Rues –. Privati cittadini, associazioni e comuni del Verbano faranno in modo che vi siano ulteriori tappe, sempre con l’obiettivo di ricordare e preservare la memoria di quanto è successo in quel periodo sulle sponde del lago Maggiore”. 

L’unica donna e l’unico sopravvissuto

Il percorso parte da Verbania, dove i fatti narrati riportano le lancette del tempo al giugno del 1944 e al rastrellamento tedesco in val Grande, a cui è legato l’episodio dell’eccidio di Fondotoce, costato la vita a 42 persone fucilate dopo ore di prigionia e torture a Villa Caramora, dimora ottocentesca affacciata sul lungolago di Verbania trasformata dalla SS-Polizei in base operativa della rappresaglia. “Penso che un branco di lupi famelici, quando capita in mezzo a un gregge di pecore, usi verso le proprie vittime una ferocia meno accesa, meno sadica – scrisse Emilio Liguori, giudice e testimone diretto dei fatti, poiché anch’egli imprigionato nelle cantine di Villa Caramora e successivamente liberato, in un diario personale poi pubblicato con il titolo Quando la morte non ti vuole –. I pugni, le pedate, i colpi di calcio di moschetto, le nerbate non si contavano più”.

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Villa Caramora, a Verbania, fu luogo di torture da parte delle SS. Marco Gritti

Tra i catturati durante il rastrellamento ci sono Carlo Suzzi, che sarà l’unico sopravvissuto alla fucilazione del 20 giugno 1944, e Cleonice Tomassetti, l’unica donna uccisa in quella strage.

Il rastrellamento in Val Grande si svolse tra il 12 e il 22 giugno del 1944 e vide impiegati circa 4200 effettivi delle forze tedesco-fasciste. Nel corso dell’operazione morirono complessivamente più di duecento partigiani, 42 dei quali nel pomeriggio del 20 giugno a Fondotoce. Altri 17 vennero invece fucilati il pomeriggio successivo sul lungolago di Baveno. Le persone arrestate furono 367, 274 quelle deportate nei campi di lavoro del Reich.

“Ci fecero allineare sul lungolago, con le spalle rivolte alle armi automatiche – si legge nel volume I sopravvissuti di Orazio Barbieri, che riporta il racconto di quel giorno, il 20 giugno appunto, dello stesso Suzzi –.  Era incredibile come tutto fosse calmo. Le armi furono puntate, scattarono le sicure. Considerai iniziata l’esecuzione. Ma improvvisamente un tedesco urlò dalla villa Caramora e ne discese le scale. Scambiò alcune parole con l’ufficiale che comandava il plotone. Le armi furono abbassate e rinacque in noi qualche speranza, ma i tedeschi avevano interrotto l’esecuzione soltanto per perfezionare la messa in scena e sfogare tutto il loro sadismo; dalla scala della villa scesero altri tedeschi, spingendo avanti a loro una donna e altri due prigionieri. Con un enorme cartello, in lettere accuratamente stampate. […] Sul cartello c’era scritto: ‘Sono questi i liberatori d’Italia oppure sono i banditi?’”.

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I partigiani fatti sfilare verso Fondotoce. In prima fila, sotto al cartello, vi è Cleonice Tomassetti, unica donna del gruppo. tvsvizzera

Villa Caramora e Fondotoce, dove avvenne la fucilazione alla quale Suzzi scampò riuscendo a salvarsi per poi tornare a combattere la guerra di liberazione, distano una decina di chilometri. I 43 prigionieri vengono fatti sfilare per le strade, a mo’ di ammonimento. “Per la via non incontravamo quasi nessuno perché la gente era terrorizzata. Ma chi sa quanti occhi erano puntati su di noi dalle persiane delle finestre e dai boschi. Sul ponte Cobianchi ci fecero salire su un camion perché dovevamo attraversare una zona disabitata, quindi non c’era da dare spettacolo […] Poi di nuovo a terra e a piedi, lungo le vie della cittadina. Appena fuori ancora sul camion […] Qualcuno sperava nella deportazione. La donna, Cleonice Tomassetti, di trentadue anni, era la più ferma. Ci invitava tutti a non farci illusioni, ma a morire bene”.

Cleonice Tomassetti “non fece neppure in tempo a combattere la guerra di liberazione”, aggiunge Aldo Cazzullo in Possa il mio sangue servire. Nata nel 1911 in provincia di Rieti, venne catturata insieme ad altri due giovani, Sergio Ciribi e Giorgio Guerreschi, mentre cercavano di unirsi ai gruppi partigiani in Val Grande proprio nei giorni del rastrellamento. Catturata e giunta di fronte a un ufficiale nemico, “a un certo punto cominciò a inveire in romanesco, mandandolo a quel paese – racconterà Guerreschi una volta tornato dalla Germania –. Era una donna decisa”.

memoriale
Nel luogo della fucilazione dei 43 partigiani arrestati in Val Grande oggi sorge la Casa della Resistenza di Verbania e il memoriale. Marco Gritti

Un aiuto oltreconfine

Gli episodi dei venti mesi che vanno dal settembre del 1943 alla fine della guerra ebbero ripercussioni anche sulla Confederazione Elvetica, a cominciare dagli arrivi di chi cercava salvezza oltreconfine. “I primi fuggiaschi apparvero l’11 settembre 1943 – scrive ancora Bolzani in Oltre la rete –. Il sabato 18 settembre si contavano nei diversi campi non meno di 14.000 fuggiaschi, quasi tutti italiani, la più grande parte militari”. Poi, “dopo la seconda metà del settembre 1943, l’afflusso dei fuggiaschi ai nostri confini è andato via via scemando e normalizzandosi. La fiumana divenne rigagnolo e cambiò composizione: trenta, quaranta entrate al giorno, un terzo militari e due terzi borghesi”.

La data indicata da Bolzani non è casuale: proprio il 18 settembre del 1943, come ricostruito nel documentario Arzo 1943 di Ruben RosselloCollegamento esterno, il Consiglio federale ordinò la chiusura delle frontiere e il respingimento di tutti gli uomini sopra i 16 anni, ebrei compresi. E non fu quello l’unico momento in cui chi fuggiva si trovò senza la possibilità di entrare in Svizzera. Un mese e mezzo più tardi, dopo alcune settimane in cui gli ebrei erano stati in gran parte accolti, un altro blocco, questa volta per far fronte all’aumento degli arrivi alle frontiere in seguito all’ordine da parte della Repubblica di Salò di arrestare tutti gli ebrei italiani. Molti, nelle circa due settimane tra l’inizio e la metà di dicembre, quando la Confederazione assunse nuovamente un approccio maggiormente orientato all’accoglienza, furono gli ebrei respinti.

Ancora Bolzani: “Il rigagnolo continuò a scorrere per tutto l’inverno 1943/1944 e fu alimentato specialmente dagli ebrei e dai fuggiaschi per ragioni politiche […] Dopo l’inverno 1943/1944 il rigagnolo cambiò ancora composizione, almeno per rispetto ai militari, e si alimentò di soldati della Repubblica neofascista, che si squagliavano come la neve al sol d’aprile, i quali, a loro volta, cedettero il posto ai partigiani, divenuti legione all’epoca della caduta del Governo della Val d’Ossola”.

Ma se alcuni attraversavano il confine in direzione nord, verso la neutrale Svizzera, non furono pochi a percorrere la strada inversa, lasciando il Locarnese per unirsi alla guerra di liberazione. Una figura come quella del brissaghese Silvio Baccalà, ricordato oggi da una targa apposta all’ingresso dell’abitazione in cui viveva, fu in questo senso fondamentale: di notte svestiva i panni da giardiniere che indossava nell’albergo Brenscino per accompagnare i partigiani attraverso i sentieri del Ghiridone, consentendo loro di arrivare in Val Cannobina e unirsi ai combattimenti. Altri concittadini, come Vincenzo Martinetti e Lindo Meraldi, oltre all’asconese Gottardo Bacchi, furono invece attivamente coinvolti nelle operazioni, militando tra i partigiani.

La fuga degli ebrei verso la Svizzera

Durante la Seconda guerra mondiale sono stati accolti in Svizzera 51’129 profughi civili, di cui 21’304 ebrei. Ma, come noto, non tutti furono accolti. Furono molti gli ebrei che, dopo mille difficoltà e pericoli per giungere al confine svizzero, si videro negare l’asilo. Non solo: entrare in Svizzera era costoso. Chiunque, ebrei ma non solo, doveva pagare una somma ai cosiddetti ‘passatori’, cioè le persone che aiutavano i fuggitivi ad attraversare il confine lungo i sentieri di montagna. Secondo quanto riportato da Raphael Rues, il costo medio per passare la frontiera verso il Locarnese per un profugo ebreo sfiorava le 30’000 lire, l’equivalente di più di 2’000 euro odierni.

In un recente studio lo storico Adriano Bazzocco ha corretto al ribasso le stime concernenti i respingimenti a suo tempo proposte dalla Commissione Bergier. Secondo Bazzocco, dall’armistizio dell’8 settembre 1943 fino alla fine della guerra, sono stati accolti 4’522 ebrei in Ticino, 1’064 nei Grigioni e 233 nel Vallese, mentre ne sono stati respinti meno di mille. Al confine con l’Italia è stato dunque respinto al massimo il 14% degli ebrei che ha cercato rifugio. Bazzocco sottolinea tuttavia che queste nuove cifre sui respingimenti, benché notevolmente più basse, sono tutt’altro che trascurabili e che “anche al confine con l’Italia, come altrove, si è scritta durante la Seconda guerra mondiale una brutta pagina di storia”.

La Svizzera come base logistica per la Resistenza in Ossola

Tra 1943 e 1945, la Svizzera funse anche da base logistica per le operazioni dei partigiani in Ossola e nella Val Cannobina: ad Ascona, sul Monte Verità, venne allestito il cosiddetto Posto Comando 24. Organizzato tra Casa Anatta e l’adiacente Casa Monescia, era il fulcro di quella che Raphael Rues, fondatore di Insubrica Historica, definisce “una vera e propria rete di assistenza militare e logistica alle formazioni partigiane ossolane”.

A mettere a disposizione gli spazi era Mario Pontremoli, facoltoso ebreo che nel 1938, dopo l’emanazione delle leggi razziali, aveva lasciato l’Italia riparando in Svizzera: trasferitosi a Monte Verità, in quel periodo di proprietà del barone Eduard Von der Heydt, rese l’abitazione che aveva in affitto una struttura che, nei mesi della Resistenza, ospitò tra gli altri anche Ferruccio Parri, protagonista della Resistenza e futuro primo ministro del Regno d’Italia.

“Ciao Lilly e grazie”

L’ultima tappa del Percorso della Speranza è al cimitero di Ascona, davanti alla tomba di Lilly Volkart sulla quale è riportata la scritta “Ciao Lilly e grazie”. Nata a Zurigo nel 1897, negli anni della Seconda guerra mondiale Volkart gestì ad Ascona, sul Monte Verità, una struttura (messa a disposizione dal barone Von der Heydt) in cui accolse 120 bambini ebrei rimasti orfani provenienti da più parti d’Europa.

“Volkart arrivò ad Ascona come tata di una famiglia svizzero-tedesca – ricorda Mongini – e, una volta qui, decise di trasferirsi sul Monte Verità dove aprì una sorta di kinderheim, dove invece di ospitare i figli di famiglie abbienti accolse bambini che, per svariati motivi, vivevano situazioni meno agevoli. Durante la guerra, poi, diede vita a un vero e proprio rifugio per i bambini ebrei”.

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La tomba di Lilly Volkart, nel cimitero di Ascona. Marco Gritti

“Il caso di Lilly Volkart è emblematico dell’accoglienza ai rifugiati nella Confederazione durante il conflitto – aggiunge Rues –. Si parla sempre di una Svizzera umanitaria, ma in sostanza furono solo singole associazioni private a rendere possibile, con immensi sacrifici operativi, logistici e finanziari, che centinaia di bambini, orfani e giovani rifugiati fossero temporaneamente accettati in Svizzera, Locarnese compreso. Volkart non ebbe vita facile nel suo operato umanitario e i documenti conservati all’Archivio federale di Berna, in parte usati per la realizzazione del Percorso della Speranza, sono espliciti circa gli ostacoli burocratici che venivano imposti alla Volkart: le si trovava da ridire sul modo in cui alimentava i bambini, sul programma pedagogico… Insomma, tutto quello che faceva sembra che venisse criticato dalle autorità”. Volkart, conclude Rues, è uno degli esempi di “aiuto umanitario delegato; dipese totalmente dalle donazioni e dall’aiuto di mecenati, come quello del barone Von der Heydt, mentre non ricevette aiuti diretti dalla Confederazione”.

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