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Omegna, la città di Gianni Rodari

A Omegna, Gianni Rodari è dappertutto. tvsvizzera

Nella cittadina piemontese affacciata sul lago d’Orta, il 23 ottobre del 1920, è nato lo scrittore celebre per i suoi testi per i più piccoli. Ma Gianni Rodari è stato molto di più di un autore di letteratura per l’infanzia.

Questo contenuto è stato pubblicato il 30 novembre 2021 - 08:55
Marco Gritti

A Omegna, nella provincia del Verbano-Cusio-Ossola, Gianni Rodari è ovunque. Sulle vetrine dei negozi, dove campeggiano parole tratte dai suoi scritti, per le vie del centro storico, dove le installazioni luminose natalizie sono anch’esse frasi di filastrocche e poesie, e ancora sulle serrande dei locali sfitti, abbellite dai disegni dei bambini. A Gianni Rodari, che qui è nato nel 1920 e ha vissuto per nove anni, Omegna ha intitolato la biblioteca, la ludoteca, i parco giochi, il Festival di letteratura per ragazzi e il relativo premio, un Parco della FantasiaLink esterno (un grande parco tematico che organizza eventi rivolti a bambini, famiglie e scuole) e di recente anche un museoLink esterno.

Che il legame tra Rodari e Omegna, e più in generale l’intero territorio del Cusio, fosse forte, d’altronde, lo si intuiva anche semplicemente leggendo alcuni dei testi più celebri dell’autore, come C’era due volte il barone Lamberto, ambientato sull’isola di San Giulio, e Il ragioniere-pesce del Cusio. A fugare ogni dubbio, poi, fu lo stesso Rodari che nel 1978, due anni prima di morire, sulla rivista “Lo Strona” scrisse che «da ogni punto della parola “Omegna” partono, per me, fili che si allungano in ogni direzione».

"Dovevo essere un pessimo maestro"

Dire Gianni Rodari e pensare alla letteratura per l’infanzia è quasi un riflesso incondizionato, ma limitarsi a pensare all’autore piemontese come a uno scrittore per i più piccoli sarebbe sbagliato: tra le tante altre cose, infatti, fu (per breve tempo) maestro di scuola e (ben più a lungo) giornalista e direttore di periodici. Ma andiamo con ordine.

Dopo la morte di suo papà Giuseppe, nel 1929, Rodari lasciò Omegna per andare a vivere nella zona di Varese dove crebbe con la madre. Fu qui che, poco prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, maturò le prime esperienze di lavoro come maestro in alcune scuole elementari: «Dovevo essere un pessimo maestro, mal preparato al suo lavoro e avevo in mente di tutto, dalla linguistica indo-europea al marxismo - ammette lui stesso in Grammatica della Fantasia del 1973, il suo unico volume teorico -; avevo in mente di tutto fuor che la scuola. Forse, però, non sono stato un maestro noioso. Raccontavo ai bambini, un po’ per simpatia e un po’ per la voglia di giocare, storie senza il minimo riferimento alla realtà, al buonsenso».

Poi la guerra, i difficili anni sotto al fascismo (per ragioni prevalentemente economiche Rodari accettò anche un incarico al fascio di Gavirate, gesto che definirà «una vigliaccheria, ma non avevo vie d’uscita: un operaio avrebbe reagito in altro modo, io ero un intellettuale piccolo borghese di provincia e avevo i difetti di questa categoria» e definendosi «triste nell’accettare quella sottomissione»), la Resistenza (a cui Rodari prese parte unendosi alla 121a brigata Garibaldi di GavirateLink esterno, sempre nel Varesotto), l’adesione al Partito Comunista Italiano e l’incarico di dirigere il settimanale comunista L’Ordine Nuovo, primo di tanti giornali con i quali avrebbe collaborato.

"Anche ridere è una maniera di imparare", affermava Gianni Rodari. tvsvizzera

Come iniziò a scrivere filastrocche

E fu proprio l’attività giornalistica a riportarlo, in modo quasi casuale, verso il mondo dell’infanzia: «Ho cominciato a scrivere per i bambini nel 1948 a Milano - scrive nel marzo del 1965 su Il Pioniere dell’UnitàLink esterno - Avevo già ventotto anni e lavoravo nella redazione dell'Unità», incaricato di occuparsi di cronaca e in particolare di questioni alimentari. Fu il redattore capo del giornale, un giorno, a invitarlo a scrivere «qualche pezzo allegro, divertente, per il giornale della domenica. Doveva essere una specie di angolo umoristico. Io feci le mie prove e il risultato, lì per lì, mi parve sconsolante: le mie storielle parevano piuttosto adatte ai bambini che agli adulti. O forse erano quel tipo di storie che gli adulti leggono, e ci si divertono, ma per non confessare che le hanno lette volentieri dicono: "Ma queste sono storie da bambini!"».

Da quel momento in poi (la prima fu la Filastrocca per Susanna), l’edizione domenicale del giornale avrebbe pubblicato un angolo dedicato ai bambini, curato proprio da Rodari: «Per un paio d'anni andai avanti così, senza pensarci troppo. Però quel lavoro mi piaceva sempre di più. Tra l'altro, con la scusa che erano "cose per bambini", potevo farle come mi piacevano, potevo dire quel che avevo in mente nella maniera che più mi piaceva, potevo giocare con la fantasia». Eccola, la parola magica: la fantasia, dalla quale nacquero favole e filastrocche lette e amate da milioni di persone. «Spero che i bambini imparino qualcosa dalle mie storie e filastrocche - scrive nel già citato intervento del ‘65 -. Mi basta che imparino a guardare il mondo con gli occhi bene aperti. Anche ridere, è una maniera di imparare. Penso, inoltre, che le mie storie vadano bene anche per i grandi: almeno per i maestri e per i genitori, che possono usarle come uno strumento per comunicare con i loro scolari e figlioli».

Il successo del suo lavoro e dei suoi libri per ragazzi (il primo fu Il libro delle filastrocche, nel 1950) non lo distrassero mai dall’impegno come giornalista: sul Paese Sera, dove approdò nel ‘58, firmò per anni l’editoriale con lo pseudonimo Benelux, offrendo il proprio punto di vista su temi che spaziano ben oltre il mondo dell’infanzia.

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