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Le lezioni geopolitiche del (fallito) golpe turco

Le lezioni geopolitiche del (fallito) golpe turco tvsvizzera

di Dario Fabbri, Limes

Aldilà degli aspetti più curiosi o artefatti del fallito golpe di venerdì sera, di pertinenza esclusiva della dietrologia e impossibili da dipanare con certezza nel breve periodo, in ottica geopolitica conviene indagare ciò che questo segnala della realtà turca e le conseguenze che avrà sulla strategia internazionale di Ankara. Perché il tentato putsch ci consegna una Turchia profondamente diversa rispetto al passato, più debole di una settimana fa, eppure destinata a inseguire i sogni imperiali.

La strampalata prova di forza e il controgolpe realizzato dall’entourage di Erdogan palesano anzitutto la declinante influenza delle forze armate, storico baluardo della laicità. Infiltrate tanto dai seguaci di Fethullah Gülen, l’iman residente negli Stati Uniti, quanto dal côté islamista del presidente, sono parse dilaniate da spinte centrifughe che ne hanno determinato il fallimento operativo. Una volta ferventi kemalisti, minaccia per ogni governo eletto, oggi i militari parteggiano apertamente per due contrapposti leader di ispirazione religiosa. Con i vertici schierati soprattutto con Erdogan, ovvero colui che li ha nominati, come dimostrato dai fatti di venerdì. Ne deriva che l’atavica contrapposizione tra laici e islamisti è ormai da considerarsi obsoleta, mentre per conformazione le forze armate non paiono più in grado d’ergersi ad arbitro della vita politica.

Allo stesso tempo proprio le divisioni emerse e la residua ostilità degli apparati nei confronti del presidente infragiliscono la posizione strategica di Ankara. Già provata dagli errori commessi in questi anni da Erdogan, sicuro di telecomandare un intervento americano in Siria e di impiantare governi di matrice islamista nel Grande Medioriente, nell’immediato la Turchia pagherà inevitabilmente la propria debolezza strutturale. Specie se dovesse acuirsi lo scontro con gli Stati Uniti, accusati in queste ore d’aver sostenuto l’azione dei militari.

Tuttavia l’affermazione di Erdogan e del suo approccio religioso certificano il futuro imperiale del paese. Da sempre il laicismo kemalista è intrinseco alla dimensione di Stato-nazione, mentre il panislamismo (oltre al parallelo panturanismo) è sostrato ideologico di una Turchia che si richiama alla Sublime Porta. Per questo i governi occidentali hanno (silenziosamente) favorito il golpe, poiché la vittoria dei militari avrebbe imposto un ridimensionamento geopolitico, oltre che esautorato il dispotico “sultano”. Ora invece dovranno confrontarsi con le rinnovate ambizioni di Ankara che si serve dell’afflato etnico-religioso per perseguire una sfera d’influenza teoricamente estesa dalla Cina all’Oceano Atlantico. Quando, concluse le purghe e stroncato il network afferente a Gülen, Erdogan si presenterà definitivamente quale paladino dell’Islam ed erede della tradizione ottomana.

Lezioni geopolitiche di un golpe abortito che rivela i cambiamenti politico-strutturali avvenuti in Turchia e il definitivo superamento della taglia kemalista.

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