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Polemica sull’uso della bandiera svizzera sulle scarpe On

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Un modello destinato agli atleti e alle atlete della delegazione svizzera che hanno partecipato alle Olimpiadi di Tokyo che si sono svolte nel 2021. Keystone / Peter Klaunzer

L'azienda che produce scarpe da corsa ha ricevuto il permesso di utilizzare la bandiera svizzera, anche se i suoi prodotti sono fabbricati completamente all'estero. Una decisione che non piace a parte del mondo imprenditoriale elvetico.

Si levano critiche dal mondo imprenditoriale elvetico, dopo il permesso dato al produttore di scarpe On di mettere la bandiera svizzera su merce prodotta totalmente all’estero. L’Istituto Federale responsabile parla di sviluppo necessario per mantenere in Svizzera perlomeno le attività di sviluppo e ricerca ma la concorrenza teme una perdita di credibilità dei marchi svizzeri, mentre il direttore dell’Unione svizzera arti e mestieri, Urs Furrer, è molto irritato.

La decisione che fa discutere

On produce le sue ormai famose scarpe completamente in Paesi asiatici. Su molte calzature destinate al mercato mondiale applica però una piccola bandiera rossocrociata. Le regole sulla protezione del marchio prevedevano finora in realtà, per questi casi, che per poter usare lo “Swiss made” il 60% dei costi di produzione dovessero essere generati in Svizzera, incluso un passaggio essenziale della fabbricazione. Dopo lunghe discussioni con l’azienda, comprese minacce di finire in tribunale, l’Istituto Federale della Proprietà Intellettuale (IPI) ha reso ora più flessibile la regola: On potrà usare la croce, tra le due parole Swiss ed engineering, riconoscendo così che sviluppo e design vengono svolti in Svizzera.

Le proteste dei concorrenti

Immediata la reazione di vari concorrenti. Protestano quelli che producono in Svizzera ma anche chi produce all’estero e potrebbe approfittare della novità. Roberto Martullo, tra l’altro marito della politica UDC Magdalena Martullo-Blocher, è proprietario e direttore di Küzli SwissSchuh, calzature fabbricate in Portogallo e Albania. Per lui il marchio rossocrociato deve restare una ricompensa per chi esporta dopo aver prodotto in Svizzera, dove costi e salari sono più alti.

On invece ritiene che l’allentamento delle regole rafforzi l’innovazione e la concorrenzialità delle aziende svizzere sul mercato globale. Ed è proprio questa la motivazione con cui l’Istituto Federale della Proprietà Intellettuale giustifica la nuova interpretazione.

>>> L’azienda svizzera è stata recentemente al centro delle critiche anche per dei margini che alcuni ritengono eccessivi:

Altri sviluppi

Il contesto economico è cambiato

Il contesto economico attuale è molto diverso rispetto al 2017, quando è stata decisa la legge sul marchio svizzero, fa notare l’esperto giuridico dell’Istituto, Alexander Pfister. E ricorda la guerra sui dazi con gli Stati Uniti. Oggi molte aziende esportatrici sono costrette a valutare se spostare la produzione all’estero, mantenendo in Svizzera solo il cuore di ricerca, sviluppo e design. È quindi legittimo, secondo lui, tenerne conto.

I timori per la reputazione

Non tutti la pensano così. La Federazione orologiera svizzera, anche se non direttamente toccata dalla modifica, teme che ora il marchio svizzero perda di credibilità, che sia a rischio la reputazione dell’industria elvetica, e in fin dei conti anche i posti di lavoro. Il tema è finito anche sui radar della politica, un deputato ha promesso di discuterne in Parlamento.

>>> Il servizio sul tema del TG:

Contenuto esterno

Ad aver reagito con veemenza a questa notizia è stato anche Urs Furrer, direttore dell’Unione svizzera arti e mestieri, che riunisce molte piccole e medie imprese. Lui ha parlato di decisione incomprensibile da parte dell’Istituto Federale della Proprietà Intellettuale.

Il programma radiofonico SEIDISERA della RSI gli ha chiesto quindi se intende ora dare battaglia in tribunale o a livello politico. “Esprimiamo il nostro malcontento in una fase già difficile per l’industria svizzera. Non c’è alcun motivo per annacquare i criteri sulla protezione del marchio svizzero. Analizziamo ora le conseguenze per la piazza industriale svizzera, e decideremo quali azioni intraprendere”.

RSI: Già le regole attuali in fondo non sono una garanzia di una produzione al 100% svizzera, perché è così grave secondo voi renderle un po’ più flessibili?

Urs Furrer: La legge attuale, in vigore dal 2017, è già frutto di un compromesso. Chi sviluppa i prodotti in Svizzera ma li produce all’estero già oggi può utilizzare il termine “designed in Switzerland”. La novità ora è che possono usare anche la croce svizzera. Secondo noi invece la bandiera rossocrociata è sinonimo di Swiss made, che sta a indicare la produzione in Svizzera.

Perché il lavoro di produzione, di fabbricazione, deve avere un riconoscimento così alto? Vale di più del lavoro di sviluppo e design?

La buona reputazione dei prodotti svizzeri è da ricondurre a ottime capacità tecniche, artigianali, a un’elevata qualità produttiva. Per questo è decisivo proteggere la merce fabbricata qui con il marchio rossocrociato.

Vede il rischio che alcune aziende, con regole troppo rigide, potrebbero lasciare del tutto la Svizzera? L’Istituto per la Proprietà Intellettuale agisce dicendo di difendere innovazione e concorrenzialità…

La nostra ottica è di chi produce in Svizzera, di chi assume qui il personale e lo forma. È anche così che secondo noi si investe nella qualità e nell’innovazione. Il rischio ora è che alcune aziende straniere trasferiscano in Svizzera una minima parte dello sviluppo di un loro prodotto, e così possano usare il marchio svizzero. Un’evoluzione pericolosa.

Ora, qualcuno potrebbe tentare il ricorso davanti ai tribunali, qualcun altro sperare in un intervento della politica… ci sono altre possibilità per l’industria indigena di mantenere le regole sul marchio valide fino a pochi giorni fa?

La legge prevede che i settori possano darsi vincoli più severi sull’utilizzo del marchio. Una parte rilevante delle aziende di un ramo deve accordarsi sulle regole e proporre al Consiglio federale di renderle vincolanti tramite ordinanza. Ha fatto così ad esempio l’industria orologiera. Ma è indispensabile che le associazioni di categoria decidano se lo vogliono oppure no.

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