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Perché la disoccupazione in Svizzera registra una crescita marcata rispetto all’Europa

Il settore bancario è particolarmente colpito dai licenziamenti.
Il settore bancario è particolarmente colpito dai licenziamenti. Dominik Baur / Keystone

Il tasso di disoccupazione è aumentato lo scorso anno in Svizzera per il secondo anno consecutivo. Un’evoluzione che contrasta con quella dell’Unione Europea, dove il numero di persone senza lavoro resta più o meno stabile. Quali sono le ragioni?

La Svizzera è spesso descritta come un’isola di pieno impiego nel cuore dell’Europa. Se il tasso di disoccupazione resta relativamente più basso rispetto alla maggior parte dei Paesi vicini, il divario non è più così significativo come in passato.

Tra il terzo trimestre 2024 e il terzo trimestre 2025, il tasso di disoccupazione secondo la definizione dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) è passato dal 4,7 al 5,1% (+0,4 punti percentuali) nella Confederazione.

L’aumento è stato leggermente meno marcato in Germania (+0,3), in Francia (+0,3) e in Austria (+0,2). In Italia, il tasso di disoccupazione è rimasto stabile al 5,6%. Lo stesso vale per la media dei 27 Paesi membri dell’UE (5,7%).

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“La Svizzera è un Paese molto dipendente dalle sue esportazioni e la congiuntura internazionale può avere un impatto più forte rispetto ad altri Paesi dell’UE la cui economia dipende meno dal commercio mondiale”, analizza Giovanni Ferro-Luzzi, professore di economia all’Università e alla Haute école de gestion di Ginevra.

Le incertezze legate ai dazi doganali del 39%, poi ridotti al 15%, introdotti lo scorso anno dagli Stati Uniti – secondo partner commerciale della Svizzera dopo l’UE – colpiscono in particolare l’industria elvetica, fortemente orientata verso l’export.

“Questo induce le imprese a reagire rapidamente riducendo gli organici o congelando le assunzioni. Poiché la Svizzera dispone di un mercato del lavoro aperto e mobile, tali effetti si riflettono rapidamente sul tasso di disoccupazione calcolato dall’OIL”, sottolinea Stefan Heini, responsabile della comunicazione dell’Unione svizzera degli imprenditori.

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Franco forte e integrazione di Credit Suisse in UBS

Parallelamente, l’industria d’esportazione è penalizzata dall’apprezzamento del franco, tradizionale valore rifugio quando le incertezze congiunturali e geopolitiche a livello internazionale aumentano, come avviene attualmente. A fine gennaio, il franco svizzero ha raggiunto il livello più alto rispetto al dollaro (0,76 centesimi per un dollaro) dal 2015.

“La forza del franco esercita una pressione in particolare sull’industria metallurgica e meccanica e su quella orologiera”, osserva Daniel Kopp, segretario centrale dell’Unione sindacale svizzera (USS). In questi settori, il ricorso al lavoro ridotto ha finora permesso di limitare i danni sociali. Solo 835 posti sono stati persi lo scorso anno nell’industria orologiera, nonostante il calo delle esportazioni per il secondo anno consecutivo.

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I licenziamenti colpiscono invece in modo particolare il settore dell’industria farmaceutica e delle scienze della vita. Nel 2025 è stato il più colpito dalle riduzioni di personale (quasi il 30% del totale), secondo il Barometro del mercato del lavoroCollegamento esterno pubblicato a fine gennaio dall’agenzia von Rundstedt Suisse. “La ragione è principalmente congiunturale, ma non si può escludere un cambiamento strutturale se l’amministrazione statunitense aumenterà la pressione su questo settore negli anni a venire”, avverte Ferro-Luzzi. La rilocalizzazione dell’industria farmaceutica negli Stati Uniti è una delle priorità dell’amministrazione Trump.

La disoccupazione aumenta anche nei servizi finanziari, in particolare a causa dell’integrazione di Credit Suisse in UBS – che è già costata oltre 36’000 posti di lavoro nel mondo negli ultimi tre anni – e delle ristrutturazioni annunciate da altre banche e assicurazioni. In questo contesto, la Segreteria di Stato dell’economia (SECO) prevede che il tasso di disoccupazione continuerà a crescere nel 2026, seppure moderatamente.

Disoccupazione di lunga durata in aumento

Nel 2023, all’uscita dalla crisi economica legata al Covid, la Svizzera aveva vissuto un anno eccezionalmente favorevole in termini di occupazione. La disoccupazione di lunga durata riguardava allora 70’000 persone secondo la definizione dell’OIL, contro quasi 110’000 due anni prima.

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Oggi, lo spettro di una lunga inattività torna a incombere su lavoratori e lavoratrici: nel 2025, quasi 84’000 persone risultavano disoccupate da oltre 12 mesi. Se la loro proporzione sul totale dei disoccupati resta relativamente bassa (meno del 10% secondo la SECO), la situazione è difficile da vivere per chi la subisce.

“È un problema, perché rimanere a lungo lontani dal mercato del lavoro rende più difficile rientrare in un ambito occupazionale”, osserva Ferro-Luzzi. “La motivazione lascia spazio allo scoraggiamento, mentre i datori di lavoro vedono – spesso a torto – nella durata della disoccupazione un segnale di minore attrattività della persona”.

Meno posti vacanti

Con il peggioramento della situazione sul mercato del lavoro, anche il numero dei posti vacanti diminuisce. Nel 2022, la penuria di manodopera aveva raggiunto livelli record in Svizzera, con quasi 130’000 posti liberi annunciati. Una cifra scesa sotto quota 90’000 nel 2025.

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Gli esperti e le esperte consultati da Swissinfo ritengono che questa evoluzione sia principalmente legata al deterioramento della congiuntura economica: la SECO prevede una crescita del PIL di appena l’1,1% per il 2026. La penuria strutturale di manodopera, principalmente legata all’invecchiamento demografico, dovrebbe tornare a crescere e pesare fortemente sulle imprese negli anni a venire.

“Le carenze più importanti sono previste nei settori della sanità, dell’edilizia e della ristorazione”, afferma Stefan Heini.

L’intelligenza artificiale e le incertezze sul futuro del lavoro

Quanto all’arrivo dell’intelligenza artificiale (IA) nel mondo del lavoro, i suoi impatti restano difficili da determinare. “L’intelligenza artificiale modifica soprattutto il modo in cui lavoriamo, osserva Françoise Tschanz, portavoce della SECO. In Svizzera, per esempio, negli ultimi due decenni la digitalizzazione ha aumentato le attività non automatizzabili, mentre quelle automatizzabili hanno perso importanza. Questa evoluzione è però avvenuta progressivamente e l’occupazione totale ha continuato a crescere”.

Anche se emergono segnali di un aumento della disoccupazione in settori particolarmente toccati dall’IA – informatica, banche, amministrazione – i sindacati ritengono che questo nuovo parametro avrà in futuro un ruolo “secondario” sul mercato del lavoro. “Non pensiamo che l’IA provocherà una disoccupazione di massa”, afferma Daniel Kopp.

Articolo a cura di Virginie Mangin

Traduzione con il supporto dell’IA/mar

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