La televisione svizzera per l’Italia

Paghe da fame, sfruttamento, punizioni: la vita di chi consegna cibo a domicilio

rider glovo in piedi accanto alal sua bici
Un lavoro precario e pieno d'insidie. Copyright 2023 The Associated Press. All Rights Reserved

Un'inchiesta per caporalato della Procura di Milano contro una società di Glovo mette in luce il grave sfruttamento dei corrieri, caratterizzato da paghe al di sotto della soglia di povertà e condizioni precarie. Un problema diffuso anche in Svizzera, nonostante gli interventi di tribunali e sindacati.

Paghe da 2,50 euro a consegna, “sotto la soglia di povertà” in violazione dei contratti collettivi ma anche della Costituzione, perché non garantiscono una “esistenza libera e dignitosa”. In più, un “monitoraggio continuo” attraverso un’app, “poche pause” e turni di lavoro, in qualsiasi condizione climatica, fino a 12 ore al giorno, con “punizioni” in caso di ritardi. Uno “sfruttamento” che va avanti “da anni”, una “illegalità che è indispensabile far cessare al più presto”. Sono durissime le motivazioni del decreto con cui, a inizio febbraio, la Procura di Milano ha disposto in via d’urgenza il controllo giudiziario per Foodinho, la società milanese di consegna di cibo a domicilio del colosso spagnolo Glovo. L’ipotesi di reato è quella di caporalato su circa 40’000 corrieri impiegati in tutta Italia.

Le indagini su Foodinho e i precedenti

Nell’inchiesta, condotta dai carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro, è indagato il cittadino spagnolo responsabile di Foodinho (iscritta pure la società). In qualità di amministratore unico, avrebbe usato “manodopera in condizioni di sfruttamento e approfittando dello stato di bisogno”.

È probabile, anche sulla base di quelle testimonianze, che la Procura vada avanti con accertamenti anche su altre società, come avvenuto per casi simili e per quei fascicoli a ripetizione nei settori della logistica e trasporti, della moda e della vigilanza privata.

>> La trasmissione SEIDISERA della RSI si è occupata di questo tema. Potete ascoltarla qui:

SEIDISERA, 11 febbraio 2026 Collegamento esterno

Nel maggio 2020, tra l’altro, sempre un’indagine del pubblico ministero Paolo Storari portò al commissariamento per caporalato della filiale italiana di Uber, che all’epoca effettuava anche servizi di consegna a domicilio. Un ex manager patteggiò nel febbraio 2025.

Il Tribunale di Milano, dunque, ha ipotizzato lo sfruttamento di 40’000 corrieri, cioè dei fattorini in bicicletta che si occupano di effettuare questo servizio per conto delle aziende a cui sono affiliati. Sotto la lente della Procura sono finite le paghe – ritenute sotto la soglia di povertà – e la gestione del lavoro tramite algoritmi.

Chi sono i “rider” e come sopravvivono

In Italia non sono disponibili cifre ufficiali. Si ritiene che siano almeno 40’000, il 90% uomini tra i 20 e i 40 anni, la maggior parte stranieri, molti al lavoro per 6 o 7 giorni alla settimana fino a 10 ore al giorno. La fotografia dei lavoratori che si occupano di consegnare a domicilio il cibo, che i clienti ordinano via applicazione dal proprio cellulare, porta alla ribalta persone che sembrerebbero contare niente o molto poco per i loro datori di lavoro.

I “rider” guadagnano 2 o 3 euro a consegna e queste vengono gestite da un algoritmo, che le assegna in base alla posizione rilevata dal satellite. A Milano, appunto, è scattato un controllo giudiziario contro Foodinho, società legata alla spagnola Glovo, che avrebbe approfittato dello stato di bisogno di questi corrieri, prevalentemente stranieri, applicando retribuzioni ritenute inferiori fino al 76% rispetto alla soglia di povertà e all’81% rispetto alla contrattazione collettiva.

“La maggior parte dei fattorini proviene dall’Asia meridionale. La cosa che sorprende – ma non più di tanto – è la quantità di tempo che mettono a disposizione di queste piattaforme. La maggior parte di loro lavora dalle 7 alle 10 ore al giorno, e moltissimi praticamente tutti i giorni della settimana”, spiega Roberta Turi, segretaria nazionale della sezione sindacale della CGIL (Confederazione generale italiana del lavoro) che si chiama “Nuove identità di lavoro” (NIdiL)Collegamento esterno. La NIdiL ha condotto nel biennio 2024-2025 un’inchiesta su un campione di 500 lavoratori del settore.

“Se andiamo a guardare quanto guadagnano, che poi è il tema che sta al centro dell’inchiesta della Procura di Milano, il 56% dichiara di guadagnare mediamente, per ogni consegna, dai 2 ai 4 euro lordi, tra l’altro dovendo percorrere spesso moltissimi chilometri. Ricordo che sono inquadrati come lavoratori autonomi, guadagnano a cottimo e quindi sono pagati esclusivamente per il tempo necessario alla consegna”, sottolinea Turi.

L’inchiesta sindacale

Dai 2 ai 4 euro lordi a consegna. Parliamo comunque di lavoratori stranieri ma regolari. “Sì, queste persone, per poter lavorare, devono dimostrare di avere un permesso di soggiorno, anche temporaneo. Dopodiché sappiamo purtroppo che nel momento in cui si parla di migranti spesso c’è anche una compravendita di documenti, c’è un grosso mercato che lucra sulle loro condizioni di grande fragilità. Senza dimenticare anche il mercato degli account multipli [vedi box, ndr]”.

Chi lavora per queste piattaforme, deve avere un account. Deve quindi essere stato accettato dalla piattaforma dopo aver firmato un contratto. Esistono degli intermediari – spiega Roberta Turi – che sfruttano la condizione di bisogno nella quale si trovano queste persone e fanno una compravendita di account. “Quindi io non lavoro soltanto come Mario ma come Mario, Paolo e Giovanni. È come se io fossi tre persone in una. Mi vengono quindi assegnate le consegne di tre individui, ma in realtà sono sempre io a farle”.

Come le aziende aggirano le norme

In Italia, prosegue Turi, se il lavoratore fa causa può vedersi riconosciuti i suoi diritti. Se non fa causa, invece, le piattaforme se ne approfittano. Come fanno allora le aziende ad aggirare il problema? “Fanno accordi collettivi con dei sindacati cosiddetti ‘gialli’. Si tratta di sindacati pirata, più o meno farlocchi, che servono esclusivamente a consentire [al datore di lavoro poco scrupoloso, ndr] di trovare un modo per apparire come se si attenesse alle norme in vigore”.

La situazione in Svizzera

Anche in Svizzera sono assai diffusi ciclo-fattorini e autisti che consegnano pasti a domicilio. Ma come è regolato il settore? Quali passi avanti sono stati fatti? Quali i problemi? Tante le domande. La prima risposta è che anche in Svizzera il settore è poco regolamentato e che più che la politica o i partner sociali, anche qui spesso sono piuttosto i tribunali a mettere dei punti fissi per regolamentare il settore.

La trasmissione SEIDISERA della Radiotelevisione della Svizzera italiana RSI ha chiesto a Chiara Landi, sindacalista di UNIA, se esistono contratti collettivi o di settore. “Abbiamo un contratto collettivo, decretato di forza obbligatoria* a livello nazionale, che è quello della ristorazione: assoggetta anche il personale delle consegne a domicilio che consegna pasti. Esiste un altro contratto collettivo del settore delle consegne, che però non è decretato di forza obbligatoria*”.

* “forza obbligatoria” indica un atto amministrativo che estende l’applicazione di un Contratto Collettivo di Lavoro (CCL) a tutte le aziende e lavoratori di un determinato settore, anche a chi non l’ha firmato.

La situazione dei ciclo-fattorini e degli autisti è molto frammentaria, e tutto dipende dal modello di funzionamento dell’azienda per cui lavorano. Anche in Svizzera il nodo principale da sciogliere è determinare se chi consegna i pasti per le varie piattaforme sia un lavoratore dipendente o indipendente.

Piattaforme come, ad esempio, Uber Eats li considerano indipendenti, mentre altre come Just Eat e Smood hanno finito per doverli riconoscere come lavoratori dipendenti perché sono sotto il controllo dell’app aziendale. Per questo, sempre più spesso, devono essere coperti dal contratto collettivo nazionale.

A mettere alcuni punti fermi sono state le corti di giustizia. Il Tribunale federale (TF) nel 2025 ha statuito che l’applicazione Uber Eats non è un semplice strumento, ma esercita un vero potere di direzione sui corrieri. È dunque un datore di lavoro a tutti gli effetti. Descrivendo il quadro generale, il TF ha quindi parlato di “finti indipendenti”.

I lavoratori dovevano pagare per lavorare

Tuttavia, anche se i lavoratori sono stati messi “sotto contratto”, la fotografia del settore rimane a tinte fosche, spiega Chiara Landi: “È un settore veramente molto precario e molto povero, dove i salari sono molto molto bassi. Inoltre non conosciamo nemmeno il contenuto di questi nuovi contratti collettivi che sono spuntati, perché ci è stato negato l’accesso. Sappiamo però che le paghe sono molto basse e le persone che io ho seguito con vertenze individuali dovevano pagare per lavorare, nel senso che alla fine del mese erano in perdita”.

La testimonianza

Questa la fotografia delle sfide sindacali del settore. SEIDISERA ha raccolto anche la testimonianza di Kevin (nome di fantasia). Lavorava per la piattaforma svizzera Smood, dietro la quale c’era anche la Migros. Smood, che nel frattempo ha cessato l’attività, è stata costretta dal Tribunale di Ginevra a sottostare al contratto collettivo, dunque a offrire un contratto da dipendenti.

Kevin ha scelto di lavorare come fattorino perché, momentaneamente disoccupato, cercava un lavoro che gli consentisse di guadagnare qualcosa. Veniva pagato a ore, per l’intero turno e non solo a consegna. Aveva un contratto da dipendente e gli veniva rimborsato l’uso dell’automobile privata. In fin dei conti guadagnava “23 franchi all’ora nei giorni normali. Nei festivi e nei week-end 25 franchi all’ora. Alla fine del mese riuscivo a guadagnare tra i 1’000 e i 1’500 franchi”.

Dal suo racconto emergono anche altri elementi interessanti: ha potuto chiedere due sere libere a settimana, rendendosi disponibile nel resto del tempo. Ma, spiega, può capitare che la cosa ti si ritorca contro. Inoltre il rider non si sente sempre libero di rifiutare le richieste poco vantaggiose, spiega, perché teme ritorsioni. “Mi è capitato di non avere turni nei giorni in cui mi mettevo a disposizione, come pure di avere richieste all’ultimo minuto per lunghi spostamenti. Mi sono detto che fosse meglio dire di sì”. Kevin spiega che i suoi contratti avevano una durata di tre mesi, e che non sono più stati rinnovati: “Mi hanno detto che un responsabile mi avrebbe contattato per spiegarmi tutto. Ma quella telefonata non è mai arrivata”.

Articoli più popolari

I più discussi

In conformità con gli standard di JTI

Altri sviluppi: SWI swissinfo.ch certificato dalla Journalism Trust Initiative

Se volete segnalare errori fattuali, inviateci un’e-mail all’indirizzo tvsvizzera@swissinfo.ch.

SWI swissinfo.ch - succursale della Società svizzera di radiotelevisione SRG SSR

SWI swissinfo.ch - succursale della Società svizzera di radiotelevisione SRG SSR