Bally, l’ultima scarpa svizzera sarà prodotta in estate
Continua la saga del leggendario marchio nato nel 1851 nel canton Soletta. Ceduto a un fondo d’investimento statunitense due anni fa, Bally chiude l’ultimo stabilimento di produzione in Ticino, e almeno cinque negozi in Svizzera.
Che fine farà Bally? Incerto il destino della leggendaria marca elvetica, nata a Schönenwerd, nel canton Soletta, nel 1851. Scarpe di qualità fatte a mano, poi anche borse e abiti, fino a raggiungere lo status di manifattura di lusso venduta in tutto il pianeta. Negli ultimi decenni, Bally è finita però al centro di una spirale di novità che ha segnato il progressivo allontanamento del marchio dalla madrepatria.
Nel 2024 l’azienda è stata acquistata dal fondo d’investimento statunitense Regent LP, che nel comunicato reso pubblico al momento sull’acquisizione lodava “un’eredità costruita su oltre 170 anni di design senza tempo e qualità senza pari, un testamento all’eleganza svizzera e all’impegno incrollabile all’artigianalità”. In quel momento, Bally vantava ancora 320 negozi e 1’500 persone impiegate in tutto il mondo.
Il 2025 è stato segnato dalla chiusura della Fondazione Bally, la cui missione era promuovere arte e cultura dalla spettacolare sede di Villa Heleneum, affacciata sul lago di Lugano. Poi vennero i primi licenziamenti negli stabilimenti di produzione ticinesi. E la fine del sito produttivo a Lastra a Signa, nei pressi di Firenze, dove una lunga vertenza sindacale si è conclusa con la firma di accordi ritenuti soddisfacenti dal personale che era stato messo alla porta dalla nuova proprietà.
Di queste settimane è invece la notizia della chiusura completa e definitiva della manifattura svizzera, che dal 2000 era di casa a Caslano, in canton Ticino. L’ultima scarpa prodotta in Svizzera vedrà la luce nel corso dell’estate. Non ci sono indicazioni su dove sarà spostata la produzione, si presume in un Paese nel quale la forza-lavoro costa meno. A sud delle Alpi rimarranno per il momento gli uffici amministrativi, con un centinaio di persone impiegate, il cui futuro è a questo punto quanto meno incerto.
Altri sviluppi
Il calzaturificio Bally al passo con i tempi
Artigianato messo alla porta
Fine corsa anche per il “temporary store” nel centro commerciale FoxTown di Mendrisio, dove – almeno per il momento – rimarrà invece in funzione il principale punto vendita Bally.
Nello stabilimento di produzione ticinese due anni fa c’erano 250 artigiani, che fabbricavano fino a 100’000 scarpe ogni anno. Luca Robertini del sindacato OCST ha spiegato alla Radiotelevisione svizzera di lingua italiana RSI a quali condizioni si è chiuso l’accordo con Regent LP. Il piano sociale per il personale prevede “tre mesi di preavviso, anche per chi dovesse avere diritto a meno. Tre mesi di buona uscita e, in determinate condizioni, un 40 o 60% in più di un salario”.
>> Il servizio del Quotidiano della RSI del 12 maggio 2026 sul piano sociale allo stabilimento di Caslano:
E non finisce qui. Il portale Zentralplus.ch, citando fonti interne all’azienda, ha rivelato che Bally ha licenziato l’intero personale dei negozi di Lucerna, Basilea, Lugano e Losanna.
Blick ha aggiunto un’altra indiscrezione: anche quello di Ginevra si appresterebbe a chiudere i battenti. Nessun media svizzero è riuscito a ottenere una presa di posizione da Regent LP su questi tumultuosi sviluppi, né sui piani futuri.
Al di là dell’attualità, da tempo si era conclusa l’era dorata del celebre marchio, tanto che negli ultimi decenni Bally aveva cambiato più volte padrone: dall’azienda di armamenti Oerlikon-Bührle, alla società d’investimenti statunitense Texas Pacific Group. Nel 2018 Bally stava per diventare cinese, ma fu acquisita dalla famiglia miliardaria tedesca Reimann, che due anni fa l’ha ceduta all’attuale proprietà.
Zentralplus.ch, per il suo ricco articolo disponibile a pagamentoCollegamento esterno, ha intervistato Oliver Huber, che per tre decenni ha lavorato per Bally, ricoprendo incarichi sempre più prestigiosi. Al portale, Huber ha detto che non ci sono quasi più negozi dedicati in Germania, Francia, Regno Unito e Stati Uniti. A Hong Kong sopravvive ancora un piccolo ufficio e persino quelle che erano una volta vetrine di punta, a Milano e Firenze, starebbero tirando giù per sempre le saracinesche. La produzione? Ci sarebbe ancora qualcosa, in misura ridotta, “in Italia, Cina, Portogallo e Spagna”.
È viva e vegeta, invece, la Fondazione BALLYANACollegamento esterno, che dal 2000 proprio nella cittadina di Schönenwerd, che aveva dato i natali all’azienda, cura una collezione straordinaria di reperti storici su quello che è stato un prodigio dell’industria svizzera ottocentesca. Documenti, oggetti, manifesti e memorabilia della Bally di una volta, che si possono scoprire vistando il museo, aperto due domeniche al mese.
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