L'oro rosso dell'Abruzzo

Di Daniele Sala e Giacomo Zandonini, RSI News
Il Cocus Sativus: dagli stigmi del fiore si ottiene lo zafferano.

Il Cocus Sativus: dagli stigmi del fiore si ottiene lo zafferano.

Keystone / Daniel Karmann

Navelli, villaggio di poco più di 500 abitanti in provincia dell'Aquila, nonostante il terremoto del 2009, ha mantenuto viva la propria economia grazie allo zafferano. Spezia che è coltivata anche a Mund nel canton Vallese.  E ora si pensa a un gemellaggio.

Inerpicandosi tra i vicoli di NavelliLink esterno, borgo medievale abruzzese oggi quasi disabitato dopo il sisma del 2009, si incrocia la storia del prodotto più noto di questo altopiano dell’Italia centrale, racchiuso tra le pendici del Gran Sasso e le cime della Maiella: lo zafferano.

Portato in paese attorno al 1230 da un monaco domenicano, già membro della Santa Inquisizione spagnola, lo zafferano di NavelliLink esterno ha raggiunto le tavole di tutto il pianeta, diventando una risorsa centrale per l’economia locale, nonostante la competizione agguerrita dei produttori iraniani e afghani.

Nei paesi della piana, questa spezia è questione di famiglia e di comunità. Attorno a Civitaretenga, dove ha sede la cooperativa dei coltivatori localiLink esterno, la raccolta è un evento collettivo: a fine ottobre, nell’arco di due settimane, si staccano milioni di fiori, separandone a mano i pistilli e affumicandoli in casa, con legno di mandorlo.

Un procedimento lento e delicato che spiega in parte il prezzo elevatissimo: oltre 20'000 euro (circa 22'000 franchi) al chilo. E in un anno, da Navelli, partono poco più di 20 chili di prodotto, distribuiti principalmente in Europa e Stati Uniti, per arricchire risotti, carni, dolci. Qui nascono però anche relazioni: con turisti, che prima della pandemia di coronavirus si mescolavano ai raccoglitori locali, e con altri piccoli produttori, come quelli di MundLink esterno, nel Vallese, che sfidano il cambiamento climatico per mantenere viva una tradizione secolare.


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