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Frontiere sbarrate La chiusura dei tre valichi rischia di diventare un caso diplomatico

L’ambasciatore svizzero in Italia è stato convocato dalla presidente del comitato parlamentare di controllo sul trattato di Schengen, che vuole avere dei chiarimenti sulla chiusura notturna dei tre valichi tra Italia e Svizzera. La Regione Lombardia si appresta dal canto suo a votare una mozione di protesta.

A Ponte Cremenaga le barriere si sono abbassate il primo aprile; il provvedimento rimarrà in vigore almeno sei mesi.

A Ponte Cremenaga le barriere si sono abbassate il primo aprile; il provvedimento rimarrà in vigore almeno sei mesi.

(Keystone)

La Svizzera ha “rispettato le procedure previste dagli articoli 27, 28 e 29 del Codice delle frontiere SchengenLink esterno, attraverso l'informazione al Governo italiano, agli altri Stati membri ed alla Commissione europea per il ripristino dei controlli alle frontiere?”. È la domanda che Laura Ravetto, presidente del comitato parlamentare di controllo sul trattato di Schengen, pone al ministro dell’interno Marco Minnitti e a quello degli esteri Angelino Alfano in una lettera di cui tvsvizzera.it ha ottenuto una copia.

Interpellata dal Corriere della Sera, la deputata di Forza Italia precisa che “né il governo né la Commissione europea sono stati informati delle decisioni svizzere. Per questo – continua – ho convocato l’ambasciatore di Berna per un’audizione”.

Progetto pilota

Dal primo aprile tre valichi di confine secondari tra il Ticino e Italia (Novazzano-Marcetto, Pedrinate e Ponte Cremenaga) sono chiusi dalle 23 alle 5. La misura rimarrà in vigore per sei mesi, poi le autorità ne valuteranno l’efficacia. Il progetto pilota, approvato dal governo federale, è legato a una mozione presentata tre anni faLink esterno dalla parlamentare della Lega dei Ticinesi Roberta Pantani. Il provvedimento è stato voluto per contrastare la criminalità transfrontaliera e permettere alle guardie di confine di concentrarsi sui valichi più grandi, evitando di lasciare incustoditi quelli più piccoli.

La misura ha però sollevato un gran polverone. Sabato sera, ad esempio, diversi sindaci del Varesotto hanno inscenato una manifestazione davanti al valico di Ponte Cremenaga. E martedì la Regione Lombardia voterà una mozione di protesta – appoggiata da tutti i partiti – contro il provvedimento della Svizzera.

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“Se funziona, lo estenderemo”

Norman Gobbi, membro della Lega dei Ticinesi e direttore del Dipartimento delle istituzioni del canton Ticino (a cui spetta anche la competenza per la sicurezza), difende dal canto suo il provvedimento. I lavoratori italiani non devono sopportare grandi disagi, perché a pochissimi chilometri vi sono altri valichi aperti, e quindi i principi di Schengen sulla libera circolazione sono rispettati. “La nostra intenzione è concentrare i controlli sugli assi di traffico principali, specie dopo gli ultimi crimini nei paesi di confine. È un esperimento, ma se funziona lo estenderemo”, ha dichiarato al Corriere della Sera.

Secondo Laura Ravetto, così si getta però solo benzina sul fuoco, senza che vi sia un reale impatto: “Credo che la sicurezza dei cittadini si garantisca con la regolamentazione dei confini esterni a Schengen. La chiusura di quelli interni al trattato è una perdita per chi la attua».

La chiusura notturna dei valichi non è a dire il vero una novità. Il valico del passo dell’Umbrail, tra Bormio e Santa Maria in Val Monastero, nei Grigioni, è chiuso da tempo durante la notte. Nel cantone Ginevra, da qualche mese è in corso un progetto pilota simile a quello ticinese, che riguarda quattro valichi. Anche lì vi sono stati reclami da parte dei sindaci francesi, ma la sperimentazione continua regolarmente.

Non va poi dimenticato che fino al 2009 le barriere di notte rimanevano abbassate in diversi posti di confine tra Ticino e Lombardia. Allora, però, nessuno in Italia aveva trovato qualcosa da ridire. Forse perché la decisione di mantenerli chiusi emanava dalla… prefettura di Como.

Casellario giudiziale

Un altro punto dolente nelle relazioni tra Svizzera e Italia riguarda la richiesta del certificato del casellario penale per chi vuole lavorare in Svizzera. Questa misura è in vigore in Ticino da due anni.

Secondo Laura Ravetto, si tratta di un provvedimento discriminatorio: “Non risulta — spiega al Corriere della Sera – che misure simili siano state prese per i cittadini francesi o tedeschi”.

“Chi è in regola non ha nulla da temere”, le risponde il ministro delle istituzioni ticinese Norman Gobbi. Inoltre, “non è una norma che colpisce solo gli italiani ma chiunque venga a lavorare qui proveniente dall’Italia, indipendentemente dalla nazionalità”. La restrizione non si applica agli stranieri che entrano da Francia o Germania, “perché in quei paesi non esistono le organizzazioni criminali presenti in Italia”. 

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