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Essere medici a New York ai tempi del coronavirus

Da settimane ormai la Grande Mela è il principale focolaio del Covid-19. La testimonianza del cardiologo italiano Francesco Rotatori, catapultato in prima linea.

Questo contenuto è stato pubblicato il 23 aprile 2020 - 08:21
tvsvizzera.it/mar con RSI (TG del 22.4.2020)
Per far fronte all'afflusso di pazienti, un ospedale da campo è stato allestito a Central Park. Keystone / Justin Lane

Con quasi 150'000 contagi e 15'000 decessi, pari a un terzo di tutti quelli registrati negli Stati Uniti, New York è la città più colpita al mondo dal coronavirus.

Negli ultimi giorni le cifre stanno regredendo, sia per quanto riguarda il numero di nuovi contagi, sia per i ricoveri che le vittime.

Francesco Rotatori, 45 anni, lavora dal 2007 a New York, in un ospedale a Staten Island. Come tutte le altre strutture ospedaliere, anche la sua è stata investita da un vero e proprio tsunami. "Abbiamo normalmente una terapia intensiva di dieci letti e nel momento di picco più alto avevamo 65 pazienti intubati", racconta alla Radiotelevisione Svizzera. La sua testimonianza:

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