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Qui Frontiera

L'epopea del contrabbando

Frontiera è spesso anche sinonimo di contrabbando. Un fenomeno che ha profondamente marcato le regioni a cavallo tra Italia e Svizzera e di cui ripercorriamo la storia.

Questo contenuto è stato pubblicato il 05 gennaio 2022 - 11:47

Grazie al contrabbando si sono costruite fortune, ma si sono anche consumate tragedie. Sono state scritte canzoni, si sono intessute leggende. È un fenomeno che per decenni ha ritmato la vita di molte persone nelle regioni a ridosso della frontiera. Ha segnato il territorio ed ha avuto un'influenza considerevole sull'economia, la società e la cultura al di qua e al di là del confine.

Dapprima riso, poi sigarette, valuta, carne o anche esseri umani: ogni epoca ha avuto il suo 'prodotto' che transitava illegalmente attraverso il confine. Oggi, con l'apertura delle frontiere, il fenomeno è meno visibile. Non ci sono più gli spalloni di un tempo che con la loro bricolla in spalla di notte percorrevano impervi sentieri, cercando di sfuggire ai finanzieri. Ma non per questo il contrabbando è scomparso. Ha semplicemente assunto altre forme.

Certo, oggi non c'è più nulla di romantico in questo fenomeno. Anche se a ben vedere, con il suo tributo di morti ammazzati sia tra le guardie di confine che tra i contrabbandieri, non è che in passato questo traffico illecito avesse sempre quel granché di romantico.

Una storia, o meglio tante storie, che ripercorriamo con la consulenza dello storico Adriano Bazzocco, che al contrabbando e alla frontiera ha dedicato numerosi studi, e con i servizi prodotti da Guido Mariani e Vince Cammarata. 

Il confine tra Italia e Svizzera (o meglio tra Lombardia e Ticino) così come lo conosciamo oggi risale al 1752. I testimoni di quest'epoca sono tuttora visibili. Lungo il confine è infatti un susseguirsi di cippi che demarcavano la frontiera. I più antichi risalgono al XVI secolo e delimitavano la "Liga Helvetica" e lo "Status Mediolani", il ducato di Milano.

A ricordare i tempi che furono è però soprattutto la cosiddetta "ramina", la rete metallica che tagliava in due il territorio. Una sorta di piccolo muro di Berlino ante litteram edificato a partire dalla fine del XIX secolo su iniziativa italiana. Il suo scopo: contrastare il traffico illegale di merci.

Come dicevamo all'inizio, ogni epoca ha avuto i suoi prodotti 'faro' contrabbandati, che variavano a seconda della differenza di prezzo (e di dazi) al di qua e al di là della frontiera. Sale, zucchero e saccarina, tabacco, caffè, addirittura dadi da brodo e poi tutta una serie di altri prodotti: dalla frontiera è transitato (e transita) illegalmente un po' di tutto.

La direzione di marcia delle merci è quasi sempre stata la stessa: dalla Svizzera all'Italia. Solo per un breve periodo, durante la Seconda guerra mondiale, il senso del traffico si è invertito. A causa del razionamento, in Svizzera scarseggiava il riso. Gli spalloni, praticamente tutti italiani, hanno così trasportato enormi quantitativi di questo cereale nella Confederazione. E naturalmente durante questo periodo lungo le stesse rotte del contrabbando e grazie agli stessi spalloni, hanno cercato rifugio in Svizzera anche decine di migliaia di uomini, donne e bambini.

Per scoprire le storie di molti di questi uomini, donne e bambini - tra cui molti ebrei - che durante il conflitto hanno cercato scampo nella Confederazione, una visita al Museo delle dogane delle Cantine di Gandria, sulle rive del Lago di Lugano, è d'obbligo.

Il museo, che sorge in un vecchio presidio delle Guardie di confine svizzere, racchiude anche un'infinità di cimeli, dai campioni di merci sequestrate, agli ingegnosi manufatti creati dai contrabbandieri per nascondere i prodotti che trasportavano oltre frontiera, tra cui ad esempio un curioso e assai rudimentale sommergibile utilizzato sul Lago di Lugano.

Romantica in un certo senso e per lungo tempo socialmente accettata dalle popolazioni al di qua e al di là del confine, la storia del contrabbando ha però avuto a volte anche risvolti più drammatici.

Verso la fine della Seconda guerra mondiale, il conflitto, la povertà e l'ampia diffusione di armi hanno trasformato la frontiera in una linea di sangue. Tra il 1945 e il 1946, in Ticino e Mesolcina si sono così contati 31 contrabbandieri e tre guardie di confine uccisi.

Tra quest'ultime, anche lo svizzero Ovidio Maggi, falciato da una raffica di mitra nell'ottobre 1945, pochi giorni dopo essere divenuto padre. Nel servizio, la figlia e la nipote di Maggi rievocano quanto accaduto.

Ad eccezione del periodo durante la Seconda guerra mondiale, la repressione del fenomeno del contrabbando è stata svolta quasi esclusivamente dalla Guardia di finanza italiana. Non costituendo un danno per l'erario e il mercato svizzero (anzi, il commercio nelle zone di frontiera elvetiche traeva ampio profitto da questo commercio), le autorità federali chiudevano volentieri entrambi gli occhi su questo genere di attività.

Molti di questi finanzieri, alcuni in servizio di leva, provenivano da regioni del centro o meridione d'Italia, con nessuna conoscenza dei territori dove prestavano servizio. Ciò malgrado, sapevano dar prova pure loro di arguzia e caparbietà e molti contrabbandieri hanno dovuto fare i conti con la giustizia. Comunque sia, tra 'burlanda' e 'sfrusaduu' - come venivano chiamati in dialetto i finanzieri e i contrabbandieri - vigeva un certo rispetto e raramente, eccezion fatta per il breve lasso di tempo di cui abbiamo parlato prima, si faceva uso di violenza.

Ma cosa ha rappresentato il contrabbando per le popolazioni di confine? L'antropologo Marcel Mauss l'avrebbe forse definito un fatto sociale totale, un sistema che ha impregnato in profondità la società di queste regioni non solo da un punto di vista economico ma anche culturale.

Migliaia di uomini, ma anche donne, hanno trascorso parte della loro giovinezza ad attraversare di notte il confine. "Da ragazza, quando avevo 13-14 anni, la maggior parte del tempo l'ho passata a fare contrabbando - ricorda Mariangela. In casa eravamo in sette, cinque figli, papà non lavorava, lavorava solo la mamma e quindi… mangiare era un po' scarso, soldi non ce n'erano e noi ci si arrangiava come si poteva".

Se per molti il contrabbando ha rappresentato un'occasione per sbarcare il lunario, per altri è stata una vera e propria attività a tempo pieno, che poteva fruttare un bel sacco di soldi.

Il fiume di denaro si è però improvvisamente prosciugato all'inizio degli anni Settanta, quando la lira ha cominciato a svalutarsi. Nel 1970 un franco svizzero valeva circa 145 lire, nell’agosto del 1973 il cambio era salito a 190 lire, nel 1978 venne superata la soglia delle 500 lire. Comprare merci in Svizzera era diventato proibitivo e il contrabbando nella sua forma 'classica' era ormai entrato a far parte dei libri di storia.

Il fenomeno non è però naturalmente scomparso. I bagagliai dei SUV hanno sostituito le bricolle e vere e proprie bande criminali hanno preso il posto dello spallone che godeva dell'accettazione sociale.

Droga, armi ma anche specie protette, le merci contrabbandate oggi sono ben diverse da quelle che varcavano illegalmente il confine cinquant'anni fa e anche i metodi di repressione sono cambiati, come illustrano le guardie di confine svizzere nel reportage.

Cosa resta allora oggi di questo fenomeno che ha impregnato così tanto le popolazioni sul confine? Delle storie, sicuramente, che il cantante comasco Davide Van De Sfroos ha saputo raccontare così bene in molti dei suoi brani, in quella stessa lingua - il dialetto lombardo - nella quale si esprimevano i contrabbandieri.

Anche loro dei "chiodi nella storia", che seppur "ormai arrugginiti" tengono ancora insieme un'identità fatta di mito e di memoria.


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