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Più della metà delle persone italofone vive fuori dal Ticino: la sfida delle lingue minoritarie cambia volto  

Uno striscione appeso al Palazzo federale invoca la lingua italiana, probabilmente con un riferimento all'italiano come lingua comune nei cantieri
Uno striscione appeso al Palazzo federale (sede del Parlamento federale) invoca la lingua italiana, probabilmente con un riferimento all'italiano come lingua comune nei cantieri KEYSTONE/Alessandro della Valle

La geografia linguistica della Svizzera sta cambiando. Oltre la metà delle persone italofone e circa sette romanciofone su dieci vivono ormai fuori dalle rispettive regioni linguistiche tradizionali. Una trasformazione che sta spingendo la Confederazione a ripensare la tutela delle lingue minoritarie ben oltre i loro territori storici. 

L’immagine tradizionale della Svizzera delle quattro lingue, ciascuna ben ancorata al proprio territorio, sta gradualmente cambiando. Se il principio della territorialità continua a rappresentare uno dei pilastri della politica linguistica elvetica, la realtà demografica descritta dal recente nono rapportoCollegamento esterno sull’applicazione della Carta europea delle lingue regionali o minoritarieCollegamento esterno restituisce l’immagine di un Paese sempre più mobile e linguisticamente intrecciato.  

L’esempio più evidente è quello dell’italiano. Tra il 2022 e il 2024 quasi 680’000 persone lo hanno indicato come lingua principale, ma il 52,5% di queste viveva al di fuori della Svizzera italiana. In altre parole, le italofone e gli italofoni residenti nel resto del Paese sono ormai più numerosi di quelli che vivono in Ticino e nelle valli del Grigioni italiano.  

Una dinamica ancora più marcata riguarda il romancio. Soltanto tre persone romanciofone su dieci risiedono nella regione linguistica romancia, mentre la maggioranza è dispersa nel resto dei Grigioni o in altre parti della Confederazione. A ciò si aggiunge una popolazione mediamente più anziana rispetto alla media nazionale, elemento che rende ancora più cruciale la trasmissione della lingua alle nuove generazioni.  

Dal 2024 la promozione dell’italiano e del romancio fuori dalle regioni tradizionali è espressamente prevista dalla legge federale sulle lingue. La modifica dell’ordinanza sulle lingue, entrata in vigore il primo gennaio 2026, ha reso operativa questa base, consentendo alla Confederazione di sostenere progetti rivolti alle due diaspore linguistiche.

Quattro lingue nazionali in un paesaggio più complesso

Il tedesco rimane la lingua principale più diffusa, ma la fotografia nazionale comprende anche gli altri idiomi nazionali, il plurilinguismo e le lingue dell’immigrazione.  

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Le lingue dell’immigrazione non sono più un elemento periferico del panorama svizzero, ma una sua componente strutturale. La lettura dei dati non porta quindi a contrapporre lingue nazionali e lingue migratorie; mostra piuttosto pratiche linguistiche plurali, nelle quali molte persone usano più idiomi nella vita quotidiana. Una politica linguistica efficace deve tenere conto di questa realtà. 

Le regioni linguistiche: confini stabili, composizioni meno rigide

Le regioni linguistiche svizzere appaiono molto meno omogenee di quanto suggeriscano le loro denominazioni. Ovunque, accanto a quella dominante, convivono altre lingue nazionali e idiomi di origine migratoria. Il caso più significativo è quello della regione romancia, dove quasi un abitante su due indica anche il tedesco come lingua principale.  

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L’italiano: lingua nazionale e lingua di immigrazione

Nel 2024, 679’980 persone hanno indicato l’italiano come lingua principale. Di queste, 357’101, pari al 52,5%, vivevano fuori dalla regione linguistica italiana. Al suo interno risiedevano invece 322’879 persone: 309’191 in Ticino e 13’688 nei Grigioni. Il dato segnala che la maggioranza di chi parla italiano non vive più nei territori nei quali esso è tradizionalmente maggioritario e, al tempo stesso, chiarisce perché la sua tutela debba considerare anche il resto del Paese. 

La comunità italofona è inoltre eterogenea. Il rapporto rileva che il 45% delle italofone e degli italofoni ha origini straniere: l’italiano è dunque insieme lingua nazionale e lingua dell’immigrazione. In Ticino, l’italiano è idioma principale per circa nove persone su dieci, pari all’88% della popolazione. I dialetti ticinesi e italo-grigionesi, invece, restano più territorializzati: li usa regolarmente l’1,4% della popolazione residente di almeno 15 anni in Svizzera e il 29% nella Svizzera italiana. 

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Il romancio: minoranza nel proprio territorio

Il romancio rimane la lingua nazionale numericamente più fragile e geograficamente più dispersa. La quarta tabella evidenzia che circa sette romanciofoni e romanciofone su dieci vivono fuori dalla regione linguistica romancia; non descrive quindi soltanto una minoranza nazionale, ma anche una minoranza presente in forma diffusa al di fuori del proprio territorio storico. 

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Alla dispersione geografica si affianca la struttura per età. Le persone di 65 anni o più rappresentano il 29,2% della popolazione romanciofona, contro il 18,8% dell’intera popolazione svizzera. Gli under 25 sono il 21,1%, a fronte del 25,3% nazionale. Questi dati non determinano da soli il futuro della lingua, ma indicano perché la trasmissione intergenerazionale, la scuola, le offerte per l’infanzia e la presenza del romancio nella vita quotidiana debbano essere priorizzate. 

Il romancio è anche un laboratorio di plurilinguismo effettivo. Il 51% delle persone che lo usa regolarmente dichiara di utilizzare una seconda lingua e il 49% tre o più lingue, contro il 26% dell’intera popolazione svizzera che ne parla abitualmente tre o più. Il 97% degli utilizzatori abituali associa il romancio al tedesco o allo svizzero tedesco.

Una tutela che segue le persone

La base costituzionale e il ruolo dei Cantoni nella scelta delle lingue ufficiali restano invariati. La novità introdotta con l’articolo 22aCollegamento esterno della legge sulle lingue è che la Confederazione dispone ora di una base esplicita per promuovere e salvaguardare italiano e romancio anche fuori dai territori d’origine. 

Per l’italiano, l’obiettivo è evitare che le e i giovani non italofoni perdano il contatto con la lingua e mantenere le competenze dei loro coetanei italofoni che vivono fuori regione. Per il romancio, i sostegni finanziano insegnamenti a distanza, asili nido, progetti per le famiglie, dizionari, applicazioni e offerte culturali. La misura risponde alla dispersione delle due comunità senza sostituire il principio territoriale. 

Una prova di realtà per il modello svizzero

Il rapporto conferma che la Confederazione dispone di basi costituzionali solide, istituzioni consolidate e strumenti finanziari adeguati. Il suo passaggio più rilevante è però il riconoscimento che il modello territoriale, pur necessario, non basta più da solo. Mobilità interna, immigrazione, città plurilingui, repertori linguistici multipli e inglese come lingua di lavoro hanno modificato il contesto nel quale gli idiomi nazionali vengono usati. 

La prossima verifica non dovrebbe limitarsi al numero dei progetti finanziati. Dovrebbe chiedersi se chi parla italiano, romancio, francese o tedesco come minoranza locale può studiare, informarsi, rivolgersi alle istituzioni, lavorare e partecipare alla vita pubblica senza dover cambiare lingua per necessità. 

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