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Una coesistenza tra orso ed essere umano è possibile? 

donna osserva orso ai margini di un bosco
Immagine d'archivio. Un orso bruno avvistato sull'Ofenpass, nel Parco nazionale svizzero. Keystone / Florian Karrer

Una ricercatrice del Politecnico federale di Zurigo ha proposto un modello partecipativo per facilitare la coesistenza tra grandi carnivori e l'essere umano in Europa. Un modello per il quale si è ispirata dal Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. 

Negli ultimi mesi (ma anche anni) ritornano sulle pagine dei giornali, a cadenze regolari, storie di lupi e orsi che attaccano il bestiame. E ogni volta c’è sempre la doppia discussione: chi vorrebbe che questi animali siano abbattuti contro chi invece li difende e vorrebbe venissero lasciati in pace perché seguono solo i loro istinti.  

Per la ricercatrice del Politecnico federale di Zurigo (ETHZ) Paula Meyer, però, non è obbligatorio pensare “O noi o loro”. Ha quindi studiato, usando l’esempio dell’orso bruno degli Appennini, un modello in cui l’essere umano e i grandi carnivori coesistono. Come? Identificando le aree di un determinato territorio dove questi animali possono vivere in libertà senza creare disagi all’Uomo.  

Come detto, Mayer si è basata, per creare il suo modello, sui comportamenti dell’orso bruno degli Appennini (chiamato anche orso bruno marsicano) nel parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Per quella che è stata anche la sua tesi di Master, la ricercatrice ha tracciato una mappa che individua le aree e le misure prioritarie per promuovere la coesistenza tra Uomo e orso. Una mappa che è destinata ad autorità, ambientalisti, agricoltori e specialisti del turismo. E che tenta di “dare uno sguardo razionale al paesaggio e di capire dove e in quali circostanze l’essere umano e i grandi carnivori coesistono con successo e dove no”, ha spiegato la sua autrice.  

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Nel parco che ha studiato per questo suo lavoro, la convivenza non è sempre facile: anche se diverse misure sono state introdotte per ridurre i danni causati dall’orso e migliorare la convivenza, capita ancora che degli esemplari muoiano in autostrada oppure che mangino esche avvelenate piazzate dai ricercatori di tartufi e destinate ai cani da tartufo dei loro concorrenti.  

Sono 21 i Comuni presenti nel Parco e nelle sue vicinanze che la ricercatrice ha analizzato per il suo lavoro. Ne ha poi presi tre per analizzarli in maniera più approfondita. Cosa ne è emerso? Tra le altre cose il fatto che più è il tempo in cui gli e le abitanti di un determinato posto sono stati in contatto con gli orsi, più la coesistenza è facile. Laddove invece questi animali sono conosciuti “solo per sentito dire”, ha spiegato Mayer, la coesistenza è più difficile. La scienziata dice di essere rimasta sorpresa dal fatto che, in alcuni casi, comuni distanti pochi chilometri l’uno dall’altro hanno spesso opinioni diverse sugli orsi. “Ciò è dovuto principalmente a singoli opinionisti che diffondono informazioni (false)”, spiega.  

Turismo vs. agricoltura

Le località che basano la loro economia sul turismo possono anche trarre vantaggio da una coesistenza pacifica con questi grandi mammiferi: “Il turismo faunistico è in piena espansione nel Parco nazionale d’Abruzzo”, dice Meyer. E per rendere la convivenza ancora più sicura, proprio in queste località si sta investendo anche su uno smaltimento dei rifiuti sicuro, coltivazioni di frutta e allevamento di bestiame a prova di orso. Strumenti che si tarda ad applicare nelle aree rurali, meno dipendenti dal turismo, ma la cui esistenza si basa in buona parte sull’agricoltura. Di conseguenza, la convivenza qui è più problematica e non tende a migliorare perché “se possiedi solo dieci pecore e un orso ne uccide una, senti che il tuo sostentamento è minacciato”.  

La ricercatrice spiega che, su una scala più macroscopica, il problema della convivenza con i grandi carnivori si può riassumere in un contrasto tra zone urbane e zone rurali: un conflitto “carico di emozioni” e con un forte simbolismo proiettato sugli animali, “ma si tratta più che altro di questioni interpersonali e di controllo; gli animali selvatici hanno solo una funzione simbolica”.  

C’è poi anche un conflitto tra abitanti di un luogo e le autorità: spesso i risarcimenti per i danni causati da questi animali arrivano in ritardo, il che non fa che aumentare il malcontento e l’insofferenza nei confronti di questi animali.  

Soluzione miracolo? No.

Nessuna soluzione miracolo, quindi, viene fornita dallo studio (pubblicato anche sulla rivista scientifica Journal for Conservation Biology). Il lavoro della ricercatrice, però, fornisce strumenti utili (che possono essere applicati in qualsiasi territorio per mappare le aree dove la convivenza è più o meno semplice con i grandi carnivori) per capire in quali aree può essere utile cercare soluzioni e in quali no. Quali sono gli habitat ideali per gli animali? Quali sono i loro corridoi di migrazione? In quali zone si trovano le risorse alimentari create dall’uomo interessanti per questi animali? Quali sono i tratti non recintati di strade e ferrovie o le aree con un forte disturbo turistico? Dove si trovano le aree agricole e di che tipo sono? Dove si caccia? Dove si raccolgono funghi e tartufi? Quali sono le diverse politiche locali (risarcimento dei danni, conoscenza degli animali, emozioni da loro suscitate)? Rispondendo a tutte queste e altre domande, si arriva a un quadro più chiaro della situazione e, in caso di necessità, si possono creare soluzioni ad hoc. 

Cliccando su questo linkCollegamento esterno troverete una presentazione completa dello studio (in inglese).

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