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Un pesce che affoga Venezia che muore di turismo

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Il numero di "escursionisti" che la città lagunare deve sopportare è più del doppio della sua capacità di carico.

“Venezia è un pesce” è il titolo di una originale guida della città scritta da Tiziano Scarpa nel 1998 e pubblicata da Feltrinelli nel 2000. Parafrasando quel titolo, a distanza di quasi vent’anni, si potrebbe dire che Venezia è un pesce che affoga. Qualcuno obietterà che i pesci non affogano ma, purtroppo, dietro a questo paradosso, si cela un dato di fatto.

Il numero di turisti - o più correttamente escursionisti, cioè viaggiatori che soggiornano meno di 24 ore - che quotidianamente “invadono” Venezia è ampiamente maggiore rispetto alla capacità che la città ha di farvi fronte, dal punto di vista sociale, ambientale e urbanistico. Tale numero cresce, di anno in anno, in maniera esponenziale. L’Organizzazione Mondiale del Turismo (OMT) definisce come capacità di carico il massimo numero di persone che possono visitare una destinazione turistica senza causare danni all’ambiente fisico, economico, socio-culturale e senza causare un deterioramento nella soddisfazione che gli stessi visitatori ne possono trarre.

Il più affidabile studio scientifico sui flussi turistici della città lagunare è stato svolto nel 2009 dal centro studi veneziano COSESLink esterno (Consorzio per la ricerca e la formazione). La ricerca stima che la capacità di carico di Venezia è pari a 7,5 milioni di visitatori annui, come valore ottimale, e a 12 milioni annui, come massimo inderogabile. Ponendo questi dati in relazione alle stime più attendibili fornite da Italia NostraLink esterno, la più antica associazione italiana per la difesa del patrimonio storico, culturale ed ambientale del paese, il risultato è allarmante. Secondo Italia Nostra, Venezia viene visitata ogni anno da un numero di turisti che si stima oscillante tra i 25 e i 30 milioni: più del doppio della capacità di carico massima che la città può sopportare senza collassare o, tornando al paradosso del pesce, senza affogare.

Crocieristi quintuplicati in 15 anni

Il rapido incremento degli escursionisti provenienti dalle navi da crociera ha contribuito ad aggravare la situazione. Secondo i dati forniti dal professor Giuseppe Tattara, ex docente di economia all’Università Ca' Foscari, nel 2000 vi erano 200 navi da crociera, nel 2016 529, di dimensioni molto più grandi. Il numero dei crocieristi è quintuplicato in 15 anni, passando da 337.000 nel 2000 a 1.582.000 nel 2015. Il picco massimo è stato toccato nel 2013 con 1.815.000 crocieristi.

Venezia attraversata da una enorme nave da crociera

Scene di ordinaria amministrazione (o follia) a Venezia.

(Keystone)

Se si considera che i cittadini residenti nel centro storico sono 55.000, ci si rende facilmente conto di quanto la situazione sia critica: al progressivo aumento di viaggiatori corrisponde un rapido decremento del numero di residenti. La qualità della vita dei veneziani che ancora non hanno abbandonato la città si deteriora; ai problemi di mobilità urbana si aggiunge la scomparsa delle attività commerciali di base, sostituite da negozi di paccottiglia. Sul piano industriale il turismo del nuovo millennio ha di fatto preso il posto, in questa città, della maggiore attività economica del XX secolo, l’industria di Porto Marghera che è stato uno dei principali motori di sviluppo regionale, sebbene con costi salatissimi per l’ecosistema della laguna.

Salvare Venezia

Già. La laguna. Sembra non esserci pace per lei: prima la chimica e ora il continuo transito delle navi da crociera che ne mettono in serio pericolo l’equilibrio. I passaggi sono doppi: all’andata, dalla bocca di porto del Lido, attraversando il Bacino di San Marco, percorrendo tutto il canale della Giudecca e approdando alla stazione Marittima; al ritorno, il percorso inverso. 529 navi equivalgono insomma a 1058 passaggi. A soffrire non è solo il biosistema: il passaggio delle navi, che muovono immensi volumi d’acqua, contribuisce ad aggravare l’annoso problema del moto ondoso provocato dalle barche a motore, tanto nocivo per la statica degli edifici e delle fondamenta.

Il turismo è senz’altro un’opportunità economica per molte città d’arte in tutta Europa ma è un fenomeno che necessita di adeguate politiche pubbliche in grado di gestirlo in maniera razionale e specifica, bilanciando i diversi interessi propri di una comunità complessa. Il caso veneziano, rispetto ad altri poli di attrazione turistica, come Roma, Firenze oppure Barcellona o Parigi, ha un’intrinseca specialità legata alla straordinarietà della sua conformazione urbanistica, di piccole dimensioni ma colma, come nessun altro luogo, di delicate ricchezze architettoniche e opere d’arte.

Le istituzioni pubbliche veneziane e nazionali, coinvolte nel governo di questo territorio, non sembrano, ad oggi, essere state in grado di bilanciare i diversi interessi. A prevalere e ad avvantaggiarsi sono solo le lobby, indigene e straniere, che dall’incremento dell’afflusso di turisti ed escursionisti traggono profitto. La prospera economia urbana, formata da artigiani specializzati, colti professionisti intellettuali e capaci commercianti che storicamente avevano fatto la fortuna di Venezia, anche in campo internazionale, muore, cedendo il passo ad una economia da parco tematico, dove qualunque prodotto o servizio offerto ha il valore vacuo di un semplice brand.

Cittadini contro

Un comitato cittadino, denominato "No Grandi Navi"Link esterno, formato da gente comune di tutte le età, famiglie, lavoratori, studenti e professori, presidia da anni il territorio, organizzando manifestazioni e campagne informative, per tentare di arginare il potere crescente di interessi economici estranei alla difesa della città e stimolare una risposta politica sino ad ora inadeguata.

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