La televisione svizzera per l’Italia

Testimoni del tempo, l’italianità in Svizzera in mostra a Zurigo

La sala che ospita la mostra Italianità a Zurigo.
Video, musica e grafica in una grande sala del Museo nazionale svizzero. © Museo nazionale svizzero.

Al Museo nazionale svizzero, dieci storie narrate in presa diretta per raccontare alcune tra le mille angolature dell'identità italiana nella Confederazione.

Una grande sala, tre maxischermi affiancati e le cuffie per guardare ed ascoltare, seduti su un comodo divano, le storie di dieci persone. La mostra “Italianità”, al Museo nazionale svizzero di Zurigo fino al 14 aprile 2024, fa parte di una nuova serie che punta a raccontare con una formula innovativa i cambiamenti sociali che attraversano il Paese. Il nuovo formato espositivo “Esperienze della Svizzera” sceglie allora la testimonianza, con interviste filmate a protagonisti e protagoniste dell’Elvezia contemporanea. 

Classi speciali e divieto di ricongiungimento 

Sono storie appassionanti, quelle che raccontano le dieci persone coinvolte nel progetto che vuole raccontare quanta Italia sia parte della Svizzera. Vengono presentate solo con il nome di battesimo, senza cognomi, una scelta che finisce per fartele sentire più vicine, persone cui daresti del “tu”. 

Alcune sono storie tristi, come le battaglie perse: quelle per ottenere il diritto al ricongiungimento familiare per figli e figlie di operai immigrati dalla Penisola, e quelle per l’abolizione dello statuto penalizzante di lavoratori stagionali. 

Noi, stagionali italiani in Svizzera

Foto d epoca, manifestazione di immigrati italiani in Svizzera.
Si scendeva in piazza per il diritto al ricongiungimento familiare. © Schweizerisches Sozialarchiv

Rosanna racconta il suo impegno decennale nelle Colonie libere italiane, e ricorda come spesso la prole dei lavoratori italiani finisse collocata in classi speciali, perché “le carenze linguistiche venivano interpretate come segno di scarsa intelligenza”. Così il ruolo delle Colonie era anche fornire opportunità di formazione che migliorassero la possibilità di integrazione in una società che ha conosciuto il razzismo verso chi fosse arrivato dalla vicina Italia. 

La mostra “Italianità” è al Museo nazionale svizzero di Zurigo fino al 14 aprile 2024. Sarà chiusa dal 23 ottobre 2023 al 18 gennaio 2024 a causa dell’esposizione “Natale e presepi”. 
A partire da settembre, saranno disponibili dei workshop per le scuole secondarie della durata di un’ora e mezza, sotto prenotazione con almeno due settimane di anticipo.

Il Museo offre anche un modulo di introduzione per il corpo insegnanteCollegamento esterno, in tedesco di persona e in italiano via web.

Visite guidate in italianoCollegamento esterno, anche al di fuori dell’orario di apertura, sono possibili per gruppi di massimo 25 persone.  

Tutte le informazioni sul sito (in italiano) del museoCollegamento esterno.

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Imbianchino a undici anni  

Nunzio da Bienne, classe 1958, racconta di aver cominciato a lavorare nella sua Sicilia a undici anni. Faceva l’imbianchino. Arriva in Svizzera con la famiglia a 14 anni, e sua mamma lo ammonisce: “Tu qui sei un ospite”. Si è sempre sentito uno straniero, e ricorda di essere stato discriminato. Ancora oggi, d’altronde, Nunzio si sente italiano. Non ha mai acquisito la cittadinanza elvetica, e ancora oggi possiede solo un permesso di soggiorno “C”.  

Permessi di lavoro in Svizzera

Dura anche la storia di Gemma, che lasciò Napoli perché non voleva più essere “al servizio di una famiglia aristocratica cittadina”. In Svizzera, si alzava ogni giorno alle 3:00 del mattino per andare a lavorare in fabbrica. 

Donne escono dalla fabbrica Hero, foto d archivio in bianco e nero.
Le italiane hanno per decenni riempito le fabbriche svizzere. © Archivio Photopress, Zust, Keystone

Ma se il lavoro non le pesava, la donna ha molto sofferto le iniziative Schwarzenbach.

Racconta Gemma di quegli anni: “Tu c’eri, ma eri di troppo”. Oggi la pensionata non potrebbe immaginare di tornare a vivere in Italia, perché: “I miei figli abitano qui, e io ormai sono – anche – svizzera”. 

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Identità incrociate 

Un tema ricorre nei filmati: ti senti svizzero, ti senti italiana? Come ben sa chiunque viva a cavallo dei due Paesi, i confini sfumano con il passare degli anni. Così dopo 50 anni trascorsi a Zurigo, Rosanna dice di non sapere se si senta svizzera, ma di certo non si sente più davvero italiana. Mentre Pierre da Sion dice: “Mi sento italiano in Svizzera, e svizzero in Italia”.  

“Per essere accettato, ‘facevo’ il più svizzero di tutti”, racconta Sandro, che ormai è talmente svizzero che l’intervista per questo progetto l’ha rilasciata in francese. Suo padre venne qui per lavorare e decise di rimanere, quando vide che nella Confederazione “si davano briciole di pane agli uccellini. Mentre in Italia, a quei tempi, gli uccellini si mangiavano!”. Per suo padre significava che qui c’erano soldi e quindi la promessa di una vita serena per la sua famiglia.  

Italiani in arrivo a Briga, foto in bianco e nero.
Stazione di Briga, si arriva dall’Italia per lavorare. © Museo nazionale svizzero / ASL

Vita racconta invece il passaggio dal sud Italia a Milano, con i cartelli su cui si leggeva ‘”Non si affitta ai meridionali”‘. La Svizzera era allora una “piccola America”, dice, ma non si è dimenticata l’arrivo nella Confederazione: “Come prima cosa eri sottoposto ad una visita medica, per vedere se avevi delle malattie”.  

Nuovi svizzeri  

Ivan abita ad Airolo e il suo marcato accento ticinese non ti farebbe mai immaginare che la sua famiglia è originaria della Calabria. Suo padre era infermiere presso i cantieri di costruzione del tunnel del Gottardo, e poi è diventato autista di ambulanze. Aveva 18 anni quando è arrivato in Svizzera, la moglie ne aveva appena 16. Ivan confessa: “Di legami particolari con l’Italia non ne ho molti”, a parte le vacanze e il suo amore per l’arte. 

Foto d archivio donna e bimbo su terrazza lago di Lugano.
Colazione vista lago di Lugano, in una foto d’epoca. © Museo nazionale svizzero / Paul Igor Swiridoff

“Io son di qua” e “mi sento più svizzero degli svizzeri”, dice Ivan. Tuttavia, è in attesa della conclusione della procedura di naturalizzazione e dunque, ancora oggi, ha solo il passaporto italiano. Con l’aplomb tipico di molte persone in Svizzera, non protesta, ma dolcemente dice: “Vediamo come andrà”. 

Nuove italiane, che diventano svizzere 

C’è anche la testimonianza di Addei, nata in Somalia ai tempi in cui il Paese era una colonia italiana. Oggi è di casa in Svizzera francese, eppure con la figlia e il figlio, ormai giovani adulti, ha sempre parlato esclusivamente in italiano, perché per lei è rimasta “la lingua del cuore”.  

Le storie del secolo scorso raccontate dalla mostra sono spesso ammantate da un’ombra di cupezza, sottolineata dalle musiche drammatiche scelte per accompagnare le immagini. Più ottimismo si respira quando si torna al presente, nel quale tutte le persone intervistate si dicono integrate. “Gli italiani sono poi diventati la ‘crème de la crème'”, lancia Rosanna: “Considerati disponibili, simpatici, quelli che sanno cucinare…”. Le fa eco Lara, che vive a Jona: “L’italianità piace tantissimo, in Svizzera”, chiosa.  

L’italianità autoctona emerge grazie alla voce del grigionese Sacha. Vive e lavora a Berna, sottolinea la benevolenza con cui l’italianità viene vista; tuttavia, non risparmia un tocco di sano cinismo: “L’italiano è idioma ufficiale del Paese dal 1848, ma è considerata una lingua socialmente inferiore. Di fatto, nella Confederazione le cose funzionano in francese e tedesco”.  

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