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Dietro le quinte e senza lavoro

Costumisti, elettricisti, sarti e sarte, scenografi, tecnici, fonici, macchinisti e centinaia d'altri, fermati dal coronavirus e dimenticati dallo Stato.

Questo contenuto è stato pubblicato il 01 dicembre 2020 - 17:03
Simone Bauducco, RSI News
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Non compaiono sul palcoscenico, ma senza di loro le rappresentazioni non potrebbero essere messe in scena. Sono gli oltre 300'000 lavoratrici e lavoratori del mondo dello spettacolo italiano che dall’inizio della pandemia sono fermi. Tecnici delle luci, fonici, macchinisti, sarte di scena, scenografi. Un esercito di “invisibili” che aspettano la ripartenza del settore.

C’è chi, come Diana Ferri, una sarta di scena nata a Lugano, ha lavorato soltanto pochi giorni in oltre dieci mesi: “Si va avanti come si può con i risparmi”. Oppure chi, come il macchinista Stefano Magni, si è fermato a marzo e non è mai ripartito: “Mi sono dovuto reinventare in altri settori lavorando nei boschi o nei rifugi in attesa di poter tornare a fare il mio lavoro”. I sussidi previsti dallo Stato sono arrivati in ritardo e non a tutti. E quando a giugno i teatri hanno riaperto per qualche mese sono pochi i lavoratori che sono hanno trovato un impiego. Così negli scorsi mesi, per la prima volta, figure professionali diverse si sono messe insieme e riunite in un CoordinamentoLink esterno. Non chiedono elemosine, ma diritti e l’applicazione dei contratti di categoria. “Ci vogliono assunzioni dirette e un reddito di continuità - spiega Stefano Magni - che ci permetta di coprire le fasi in cui non si lavora tra uno spettacolo e un altro”. Una misura che esiste in altri paesi d’Europa come la Francia e che i lavoratori italiani vorrebbero vedere applicata anche per loro.

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