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Capitano Ultimo, dalla lotta alla mafia alla solidarietà

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L'uomo che arrestò Totò Riina ha scelto, dal 2009, di combattere contro l'emarginazione promuovendo l'inclusione sociale.

Questo contenuto è stato pubblicato il 20 aprile 2018 - 10:14
Valerio Maggio, RSI News

"Io sono un mendicante e non posso vivere nel mondo dei cavalieri sapendo che ci sono i mendicanti che non hanno da mangiare" commenta il colonnello Sergio De CaprioLink esterno, noto come Capitano Ultimo, che ha recentemente rifiutato il titolo di Cavaliere della Repubblica.

In questa frase, in definitiva, c'è racchiusa l’essenza dell’impegno e la scelta che De Caprio e i Volontari di Capitano Ultimo hanno compiuto decidendo di operare in favore degli "ultimi sulla terra".

Famoso per aver messo le manette a Totò Riina nel 1993 e per aver sempre combattuto contro la mafia, Sergio De Caprio nel 2009 fonda l’Associazione Volontari di Capitano UltimoLink esterno, situata nei pressi del Parco della Mistica, nella periferia est di Roma.

Qui, insieme ai molti volontari, dà sostegno a chi è in difficoltà. Attraverso molte strutture, come una casa famiglia che ospita otto ragazzi, una pizzeria, la pelletteria o la serra si è creata una rete di microeconomia sostenuta da chi visita l’Associazione. Inclusione, condivisione e un nuovo punto per provare a ripartire sono alcuni dei temi portanti cui si affianca l’attenzione verso gruppi etnici spesso discriminati come rom e sinti.

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