Recovery fund Ungheria e Polonia bloccano l'Unione europea

Il primo ministro ungherese Viktor Orban mentre scende dall auto a Bruxelles

Il binomio aiuti europei e democrazia non piacciono al primo ministro ungherese Viktor Orban.

Keystone / Olivier Matthys / Pool

Sullo stato di diritto l'Ue non arretra di un millimetro e lo stallo sul Recovery, il piano di ripresa dell'Europa dopo la pandemia di Covid-19, resta. Ungheria e Polonia sono infatti recalcitranti di fronte alla clausola che lega l'erogazione dei fondi al rispetto delle regole fondamentali della democrazia.

La videoconferenza dei leader di giovedì, come peraltro era previsto, non ha sbloccato il veto di Polonia e Ungheria sul pacchetto economico da 1800 miliardi di euro (1925 miliardi di franchi al cambio attuale) con cui i governi nazionalisti di Mateusz Morawiecki e Viktor Orban stanno tenendo in ostaggio il futuro dell'Europa. Ma il messaggio emerso forte e chiaro, per bocca del presidente del Consiglio Charles Michel, è che sul rispetto dello stato di diritto l'Unione non è disposta a fare compromessi.

I due Paesi sono recalcitranti di fronte alla clausola che lega l'erogazione dei fondi al rispetto delle regole fondamentali della democrazia. 

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Un punto fermo del negoziato che ripartirà già da venerdì, sotto la regia della presidenza di turno tedesca, alla ricerca di una via d'uscita per liberare il Bilancio per il periodo 2021-2027 ed il Recovery fund dal ricatto dei due Paesi recalcitranti di fronte alla clausola che lega l'erogazione dei fondi al rispetto delle regole fondamentali della democrazia. 

Se sottotraccia le trattative sono frenetiche, in superficie si ostenta tranquillità. Alla riunione dei leader la discussione su bilancio, Recovery e stato di diritto è durata poco più di un quarto d'ora: il tempo sufficiente per un'introduzione di Michel ed una descrizione dello stato dell'arte, scarna e pacata, formulata dalla cancelliera tedesca Angela Merkel nella sua veste di presidente di turno. 

Nessuno vuole la guerra

I riflettori si sono accesi su Orban e Morawiecki, che hanno presentato le ragioni del loro veto. Nessun altro intervento, se non quello del premier sloveno Janez Jansa, grande supporter del leader ungherese, che ha preso la parola per perorare la causa di Budapest e Varsavia pur senza seguirle sulla strada del veto. Una discussione asettica e senza assolutamente alzare i toni, viene riferito, come peraltro voluto da Michel, che prima dell'inizio ha fatto contattare le delegazioni per assicurarsi che tutto restasse sotto controllo e nella calma più totale per non esacerbare il clima.

La vera partita però inizierà proprio venerdì e sarà interessante capire fin dove Orban e Morawiecki vorranno spingersi. Gli strumenti in mano all'Ue per andare oltre il veto non mancano e le varie opzioni sono già al vaglio, con l'obiettivo di farvi eventualmente ricorso con gradualità. 

Nessuno vuole la guerra con Ungheria e Polonia, per questo per il momento la presidenza di turno tedesca ha deciso di rimandare gli ultimi passaggi formali affinché la condizionalità sullo stato di diritto diventi legge ed entri in vigore subito, con effetto immediato sull'erogazione di tutti i fondi europei, compresi quelli in corso. 

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