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Il Mastro Geppetto del ferro

Bruno Ferrin ha fabbricato la sua prima altalena nel 1972 e da allora non si è più fermato. tvsvizzera

A una ventina di chilometri a nord di Treviso un ormai anziano signore ha creato dal nulla un parco giochi riciclando ferro. Un'avventura iniziata 50 anni fa e che oggi rappresenta una sorta di modello creativo di economia circolare.

Questo contenuto è stato pubblicato il 01 maggio 2022 - 19:30
Marco Todarello

È energia pura, quella emanata da Bruno Ferrin, che ha 85 anni solo sulla carta d’identità: è un flusso solare in movimento, dalla cucina all’officina e da questa ai giochi che crea e ripara; la velocità di pensiero lo porta da un progetto a un altro, mentre dietro ogni gesto si percepisce, palpabile, l'amore per questo bosco di pioppi, due ettari su un fianco del colle Montello, unica altura in mezzo alla pianura veneta. Da qui lo sguardo si perde sulla valle del fiume Piave, a Nord, e sulla città di Treviso a Sud.

L’osteria-parco giochi “Ai Pioppi” è la sua creatura, si pranza nel weekend con un menù fisso, a prezzi modici, dopo il caffè si viene rapiti dai colori di scivoli, altalene e giostre che fanno capolino tra gli alberi.

Camice e berretto blu, questo Mastro Geppetto delle giostre si racconta: la gioventù da venditore di farine, il progetto dell’osteria con la moglie, il sogno del parco e la prima altalena, il riutilizzo del ferro e l’ecologia. Poi arriva la pioggia e lentamente spegne il canto degli uccelli, che fino a quel momento ci avevano fatto compagnia.

Piove poco, “spòcega”, corregge Ferrin in dialetto veneto, e allora l’intervista continua. Poco dopo, dall'officina, irrompe il suono della fresa: è Mario, che lo aiuta nella costruzione e riparazione dei giochi, alle prese con il taglio di due barre di acciaio.

C’è da riparare il binario di uno dei trenini, più tardi toccherà al ponte tibetano. Aggirandosi tra le strutture, la sensazione è di stare in mezzo a un universo vivo, che nasce e si rigenera ogni giorno. Il primo gioco, uno scivolo, è del 1974, l’ultimo, una mini montagna russa, è stata inaugurata a febbraio.

Creazioni vive, come l’acciaio di cui sono fatte, che rinasce dopo aver vissuto altre vite, altrove. L’altrove può essere una casa, da dove viene un rubinetto o la maniglia di una porta, e che il cittadino porta nelle isole ecologiche; o imprese specializzate nella lavorazione dei metalli, come quelle metalmeccaniche, da dove vengono scarti come lamiere e tubi.

Con il passare degli anni, le creazioni di Bruno Ferrin si sono fatte sempre più elaborate. tvsvizzera

Riciclaggio del ferro, un mercato florido

Tutti questi materiali vanno a comporre le montagne di materiali ferrosi dei rottamai, o più precisamente, secondo la legge italiana, gli operatori dediti alla “raccolta e trasporto dei rifiuti non pericolosi costituiti da metalli ferrosi e non ferrosi”, dal 2018 inquadrati in questa categoria dell’Albo nazionale gestori ambientali per mettere ordine in una professione che, a causa delle contraddizioni legislative, per decenni ha prestato il fianco a varie forme di abusivismo.

È un lavoro di raccolta e di selezione e che in Italia occupa un mercato florido: secondo Siderweb, portale di informazione per l’industria siderurgica, le aziende attive sono un migliaio, di cui almeno 20 con più di 100 milioni di euro di fatturato annuo, e altre 50 quelle con un fatturato superiore a 20 milioni.

Non esistono statistiche sul mercato del riutilizzo del ferro, al quale concorrono anche tanti piccoli artigiani come Bruno Ferrin, ma i dati sul riciclo (ovvero il ferro usato fuso nelle acciaierie e impiegato in nuove produzioni) raccontano di un mondo attivo e dinamico: l’Italia produce ogni anno 24 milioni di tonnellate di acciaio, di cui l’80% proveniente dal riciclo dei rottami, che si fa con il forno elettrico, e solo il 20% da materie prime vergini come minerale ferroso e carbone, che si produce negli altiforni (come quello noto dell’Ilva di Taranto).

“Qualsiasi cosa contenente ferro è riciclabile, purché il ferro sia di un certo volume”, spiega Stefano Ferrari, responsabile dell’ufficio studi di Siderweb.

“Il ferro — continua Ferrari — viene diviso in rottame vecchio, proveniente dal recupero di oggetti a fine vita come le automobili, un capannone abbattuto, il motore di una nave; e il rottame nuovo, come ad esempio la lamiera di scarto di una fabbrica metalmeccanica”.

Qualsiasi cosa contenente ferro è riciclabile. tvsvizzera

Nel linguaggio comune spesso l’acciaio viene chiamato ferro, mentre si chiama acciaio quello inossidabile. In realtà però l’acciaio è composto da ferro e carbonio in percentuale variabile, a seconda della destinazione prevista.

“A seconda delle applicazioni, l’acciaio può avere diverse caratteristiche, come la malleabilità o la rigidità — sottolinea Ferrari —. Per ottenere queste qualità, il rottame viene mescolato ad altri elementi, anche perché la composizione del rottame è incerta”.

Nell’economia circolare del ferro, rivelano i dati di Federacciai e della World Steel Association, l’Italia è un Paese particolarmente virtuoso: è il secondo produttore europeo di acciaio e il primo per la produzione da riciclo di rottame, che — come si è detto — è l’80% del totale prodotto. Nel resto del mondo, la produzione avviene per circa 2/3 in altoforno (acciaio nuovo) e 1/3 in forno elettrico (riciclato da rottame).

La differenza tra le due modalità non è banale, soprattutto perché implica anche due diversi impatti sull’ambiente. Per ogni tonnellata di acciaio prodotto, con l’altoforno si emettono oltre 2 tonnellate di CO2, mentre con il forno elettrico solo 250 kg. 

Uno dei settori a più alta emissione di CO2

Dal momento che non c’è ancora la tecnologia per produrre acciaio senza emissioni di CO2, è probabile che in futuro si propenda per spostare sul forno elettrico una parte della produzione da altoforno, oppure che si trovi il modo per usare maggiormente il rottame anche negli altiforni. 

Il tema è centrale in economia e in politica, perché il siderurgico è uno dei settori a più alta emissione di CO2 e quindi al centro dell’attenzione dopo l’approvazione della Legge europea sul clima, con cui l’Unione europea nel dicembre 2019 si è impegnata a raggiungere il traguardo della neutralità climatica, ovvero "emissioni zero” di CO2, entro il 2050.

“Nei prossimi anni crescerà molto la richiesta di rottami ferrosi per il riciclo — spiega Ferrari —, perché essendo il processo a basse emissioni ci permette di fare un pezzo di strada verso la neutralità climatica usando la tecnologia che già abbiamo, tuttavia essendo un materiale di recupero la disponibilità è limitata, non esiste una miniera di rottami, quindi l’UE sta vagliando la possibilità di limitare l’esportazione di rottame”.

“Ci sono posizioni diverse — conclude Ferrari — tra le acciaierie, che tendenzialmente sono più favorevoli a queste limitazioni, e i commercianti di rottame che invece hanno interesse a venderlo dove e come vogliono”.

In un quadro già complesso, a fare impennare il valore dei rottami si è aggiunta anche la crisi Ucraina: se ad aprile 2020 una tonnellata di rottame costava 200 euro, ad aprile 2022 ha superato i 500 euro.

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