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Guerra dei fuochi: è scempio

Gli incendi di luglio hanno lasciato una traccia nera nel Parco nazionale del Vesuvio. È ora è allarme idrogeologico.

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Cenere, rifiuti e puzza di bruciato. In questo si imbatte chi sale attraverso le pinete del Vesuvio dopo il grande rogo di luglio. Lì, dove c’era il verde, ora c’è il nero e, tra gli alberi, i piedi sprofondano in mezzo metro di cenere. Intorno alle radici buche di mezzo metro fanno emergere radici bruciate. Lungo i sentieri è possibile vedere cumuli di rifiuti di ogni tipo: materiali edilizi, prodotti di profumeria, eternit. Alcuni di questi sversamenti sono stati fatti addirittura dopo gli incendi, a testimonianza di come il Parco nazionale del Vesuvio venga utilizzato come una grande discarica.

Ora la grande paura – dopo l’enorme pennacchio di fumo nero che ha fatto il giro del mondo – è incentrata sul rischio idrogeologico. I geologi hanno lanciato immediatamente l’allarme: in caso di un violento nubifragio le strade verso i centri abitati potrebbero trasformarsi in fiumi di fango e detriti. È possibile evitare una tragedia con azioni di protezione civile capaci di evacuare i residenti più prossimi al vulcano. Da Napoli a Caserta, comitati e cittadini chiedono bonifiche e messa in sicurezza di fronte all’aumento costante delle patologie tumorali. E intanto i contadini , quelli con i terreni di fronte all’Iside – il sito di stoccaggio di Bellona (provincia di Caserta) bruciato a luglio – non sanno cosa fare dei propri raccolti.

 

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