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Misure di protezione in Ticino, il disappunto del settore culturale

Una platea vuota è sinonimo di perdita di lavoro per molti operatori del mondo della cultura. Keystone / Ennio Leanza

Il mondo della cultura, e in particolare quello del teatro, ticinese è particolarmente irritato nei confronti del governo ticinese per le decisioni recentemente prese per frenare la pandemia di coronavirus.

Questo contenuto è stato pubblicato il 11 novembre 2020 - 20:12

Fino a domenica gli spettacoli erano limitati a 50 spettatori, poi si è passati a 5. Una cifra che ha sorpreso non poco gli operatori del mondo del teatro. Dopo aver adottato piani di protezione volti a garantire la sicurezza dei presenti in sala, hanno visto ridursi il numero massimo di spettatori a una cifra irrisoria, che per la grande maggioranza di teatri e cinema è sinonimo di chiusura.

A distanza di pochi giorni, il governo è poi tornato, parzialmente, sui suoi passi, portando a 30 il numero massimo ammesso di spettatori, lo stesso numero permesso, ad esempio, in chiesa.

Sono repentini e continui cambi di rotta, quelli del governo cantonale, che non piacciono al mondo culturale ticinese. Come diversi altri settori, anche quello della cultura subisce pesantemente le conseguenze della pandemia e in particolare la situazione di incertezza permanente che i "tira-e-molla" delle autorità non fanno che aggravare.

"Non è un passatempo"

A questo si aggiunge la diffusa sensazione tra gli operatori del settore che il loro lavoro sia preso sottogamba dalle autorità. Un aspetto che molti teatri e associazioni hanno sottolineato in una recente lettera aperta al Consiglio di Stato: "Affermiamo con forza che la cultura, il teatro, la danza e la musica non sono un passatempo, ma un mestiere che dà sostentamento ad artisti, maestranze, tecnici e operatori del settore. L’ordinanza non solo pone dei seri dubbi alla loro sussistenza economica, ma anche al riconoscimento del loro ruolo sociale e professionale", si legge.

"Sicuramente qualcosa non è andato per il verso giusto", ammette il direttore del dipartimento ticinese della cultura Emanuele Bertoli, secondo il quale tuttavia è il concetto nazionale di "manifestazione pubblica" a comprendere gli spettacoli. 

Il Consigliere di Stato aggiunge che quanto deciso è stato fatto per evitare in futuro misure ancora più severe.  "Capisco e difendo il mondo della cultura, ma il vero problema è non ritrovarci la settimana prossima tutti a casa come succede a Ginevra. Se arrivano misure più drastiche arrivano per tutti, cultura compresa", conclude.

Il punto della situazione con le considerazioni di autorità e lavoratori del settore culturale nell'approfondimento del Quotidiano:

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tvsvizzera.it/Zz con RSI (TG del 11.11.2020)

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