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Poche centinaia di jihadisti resistono a Mosul

Alcune centinaia di jihadisti dell'Isis resistono asserragliate tra le rovine del centro di Mosul, nonostante la conquista simbolica ieri di quel che resta della moschea di Al Nuri - dove esattamente il 29 giugno del 2014 al Baghdadi aveva proclamato la nascita del Califfato - da parte dell’esercito iracheno, affiancato da miliziani curdi e sciiti.

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 I combattimenti sono continuati per tutta la giornata, con i corpi d’élite dell’esercito che avanzano a fatica e almeno 15’000 civili stremati che rimangono intrappolati tra i contendenti.

 Il generale Abdul Ghani Al Asaadi, ha comunicato che saranno necessari ancora alcuni giorni per bonificare gli stretti vicoli e gli antichi edifici della Città vecchia dai 200-300 jihadisti, verosimilmente foreign fighters, che si stima vi siano ancora trincerati, decisi a fermare in ogni modo le forze lealiste con cecchini, autobombe e attentatori suicidi.

 Oltre 900’000 residenti, secondo un bilancio del ministero per le Migrazioni e gli Sfollati, sono fuggiti da Mosul da quando, nell’ottobre del 2016, è scattata l’offensiva dell’esercito iracheno che avrebbe dovuto concludersi entro la fine dello scorso anno.

 Ieri il primo ministro Haidar al Abadi aveva detto che la riconquista dell’area della moschea Al Nuri e del minareto di Hadba, distrutti la settimana scorsa, segna “la fine del falso Stato dell’Isis”. Ma, a parte le difficoltà ancora incontrate dall’esercito a Mosul, vaste porzioni di territorio rimangono in mano all’Isis intorno ad Hawija, ad ovest di Kirkuk, e in una larga fascia lungo oltre 400 chilometri di frontiera con la Siria.

 E intanto cresce il timore di rappresaglie contro sunniti sospettati di essere fiancheggiatori o semplicemente simpatizzanti dello Stato islamico. Vendette dietro le quali si nascondono anche antichi rancori interetnici, interconfessionali e tribali. In proposito l’Onu ha espresso “estrema preoccupazione” per le minacce già ricevute da “centinaia di famiglie” di presunti membri dell’Isis o loro parenti e esortato il governo iracheno a prendere provvedimenti per fermare questi sgomberi imminenti o qualsiasi tipo di punizione collettiva, che renderebbe ancora più difficile il già arduo percorso della riconciliazione nazionale.

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