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Un’app svizzera per portare in tribunale gli haters

Uno dei problemi più gravi nella comunicazione odierna è costituito sicuramente dall’odio che pervade siti di informazione e social media. 

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Non passa giorno che la cronaca non riporti casi di ingiurie o notizie completamente false diffuse in rete per catalizzare sentimenti negativi e orientare gli umori dell’opinione pubblica.

A tutto ciò potrebbe ora porre rimedio una app creata da una start-up zurighese. Analizzando i processi intentati dalle vittime di attacchi personali gli sviluppatori elvetici hanno messo a punto un algoritmo che seleziona i commenti lesivi su internet e che garantiscono un successo in caso di azione giudiziaria di tipo risarcitorio.

Nonostante gli obiettivi privilegiati degli haters siano politici e imprenditori, sostengono i responsabili della nuova app, nessuno è al riparo da questo genere di attacchi e per questo motivo il potenziale dei possibili clienti è piuttosto ampio.

Per molti internauti la rete è percepita come uno spazio in cui, dietro a una tastiera e protetti da una sorta di semi anonimato, è consentito scrivere di tutto senza regole e senza conseguenza alcuna. Ma la minaccia di cause legali potrebbe cambiare le cose.

Anche per i colossi di internet, che per il momento non hanno saputo mettere un argine alle campagne d’odio. È di questi giorni infatti la minaccia della multinazionale anglo-olandese Unilever di togliere la sua pubblicità da Facebook e Google.

Ma anche i membri del governo svizzero non sono al riparo dei bulletti da tastiera. Da un’indagine diffusa dai giornali del gruppo Tamedia risulta che la consigliera federale Simonetta Sommaruga, responsabile del Dipartimento di giustizia e polizia, è la più insultata nell’esecutivo federale, seguita da Johann Schneider-Ammann e Alain Berset.

Secondo gli analisti la circostanza che si tratti di una donna e che gestisca un dipartimento legato all’immigrazione spiegano questo risultato. Ma l’aspetto forse più rilevante è che dei circa 700’000 commenti di lettori sui sette ministri postati tra giugno 2017 e gennaio 2018, oltre 200’000 (il 29 per cento) non era stato pubblicato per il loro contenuto ingiurioso, diffamatorio o razzista.   

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