Mattia Bertoldi, “bisogna scrivere di ciò che si conosce”
È stato un american dream il primo passo del luganese Mattia Bertoldi nel mondo della letteratura. Classe 1986, come tanti giovani suoi coetanei è stato sedotto dalle immagini un po' patinate dell'America televisiva.
Un suo viaggio sulla West Coast è divento così l’ispirazione del suo primo romanzo, Ti sogno, California, uscito nel 2012: un terzetto di amici è alla ricerca tra highways e spiagge oceaniche di una ragazza, conosciuta e poi persa, da uno di loro.
Nel suo lavoro, che comprende anche saggi, podcast e servizi giornalistici, confluiscono le sue passioni per la cultura pop, per il cinema, per i viaggi e per lo sport a stelle e strisce. È il ricco, quasi caotico, bagaglio di riferimenti che si porta dietro una generazione che è diventata adolescente negli anni in cui si stava imponendo la cultura digitale e che Bertoldi ha descritto in due saggi La dura legge di Baywatch, tutto quello che avete amato degli anni ’90 e Andare a scuola a Hollywood (firmato con Massimo Benvegnù). Ma questo non vuol dire aver perso i legami con il proprio territorio.
In Come tanti piccoli ricordi, opera pubblicata nel 2012 per l’editore italiano Tre60, Bertoldi ambienta a Lugano la storia di Manlio un “assistente alla memoria”, una figura professionale ispirata dalla realtà del mondo assistenziale ticinese. Nel romanzo storico Il Coraggio di Lilly (tradotto anche in tedesco) Bertoldi ha ricostruito, dopo un intenso lavoro di ricerca, l’eroismo silenzioso di Lilly Volkart, una donna nata a Zurigo, ma trasferitasi ad Ascona che ospitò durante la seconda guerra mondiale tanti bambini ebrei in fuga dall’Italia e dalle persecuzioni nazi-fasciste.
>>Intervista a Mattia Bertoldi:
“Bisogna scrivere di ciò che si conosce – spiga Bertoldi – voglio sempre che la mia storia riporti a qualcosa di vero che le persone possano riconoscere nella vita di tutti i giorni”. “Cerco sempre di infondere nei miei libri – prosegue l’autore – quello che quando ero piccolo mi trasmettevano i film di Robin Williams che era in grado nello stesso film di far ridere e commuovere, e quindi dare questa doppia carica sia verso il positivo che verso atmosfere un po’ più cupe.
Cerco di fare lo stesso nei miei romanzi al punto che anche la strutturazione dei miei capitoli procede con un equilibrio secondo il quale, se inizio con un’atmosfera positiva devo concludere con un segnale che lancia qualche preoccupazione. E viceversa”. Passioni, ricordi e riferimenti culturali sono un modo per arricchire la scrittura: “Scrivere è sempre un percorso di crescita e vuol dire anche confrontarsi con altri modi di raccontare. Sono un grande appassionato di videogiochi, di cinema e sono realtà con cui mi confronto. Del cinema mi manca la possibilità, da scrittore, di poter dare a una scena l’impatto che può dare una colonna sonora, al punto che io, per ogni romanzo che scrivo, scelgo due o tre canzoni di riferimento che per me veicolano quello che voglio esprimere con le parole.
Quello che il romanziere può fare è invece entrare nella testa del personaggio ogni volta che vuole, raccontare i suoi pensieri, le sue emozioni, i suoi ricordi senza ricorrere a scene in flashback ed è qualcosa che faccio spesso per caricare di pathos una scena e per sfruttare al massimo una delle potenzialità della letteratura”.
Bertoldi dal 2015 è membro di comitato dell’Associazione svizzera degli scrittori di lingua italiana (ASSI) di cui è diventato presidente, ma dovendo rubare un’opera a un suo collega si rivolgerebbe a un’altra tra le sue tante grandi passioni, quella per il mondo anglosassone: “Tra i tanti scrittori che amo a uno ruberei uno dei suoi romanzi per metterlo tra quelli che ho scritto io. È l’inglese David Nicholls, l’autore di Un giorno. Amo la sua capacità di creare storie contemporanee che parlano di rapporti che funzionano e non funzionano, spezzati, da ricomporre e che riesce a rendere con immediatezza e spontaneità pensieri e dialoghi.
Continuo a leggere cose che mi piacciono e continuo a tentare di scrivere ciò che mi è piaciuto leggere. È la molla che mi ha spinto sin all’inizio”.
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