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Mani Pulite, una valanga di rogatorie s’abbatté sulla Svizzera

Tutto prese avvio il 17 febbraio 1992, con l'arresto del presidente del Pio Albergo Trivulzio Mario Chiesa. Keystone / Luca Bruno

Trent’anni fa scoppiava lo scandalo Mani Pulite. Il terremoto provocato dalla più vasta inchiesta contro la corruzione della storia italiana ha lasciato tracce profonde anche in Svizzera e nella sua piazza finanziaria. Tre ex magistrati rievocano questo periodo turbolento.

Questo contenuto è stato pubblicato il 16 febbraio 2022 - 08:59
Federico Franchini

Quel 17 febbraio di 30 anni fa tutto iniziò con una piccola tangente. Sette milioni di vecchie lire (circa 3'500 euro) che furono l’innesco che in Italia diede il via a Mani Pulite, la più grande inchiesta giudiziaria di sempre la quale, di fatto, segnò la fine della cosiddetta Prima Repubblica.

Mario Chiesa, esponente milanese del Partito socialista italiano e presidente di una casa di cure, era stato colto in flagrante mentre intascava questi soldi dal titolare di un’impresa di pulizie. Incarcerato, dopo un primo periodo di silenzi, Chiesa fece nomi e cognomi e rivelò un vero e proprio sistema corruttivo: in Italia, la tangente era diventata una sorta di tassa richiesta in quasi tutti gli appalti a vantaggio di politici e partiti di ogni colore, specialmente quelli al potere come il PSI e la Democrazia cristiana.

Quello scandalo che prese anche il nome di Tangentopoli ebbe ampie ripercussioni anche in Svizzera. Era infatti nei forzieri elvetici che finiva il denaro sporco provenienti dalle stecche versate a funzionari e politici. Centinaia di conti sospetti furono così bloccati e confiscati dalle autorità elvetiche. I primi furono proprio quelli legati a Mario Chiesa. Due relazioni bancarie a Lugano intestate alla sua segretaria e denominati col nome di famose acque in bottiglia - Levissima e Fiuggi - e che portarono il PM Antonio Di Pietro a dire al legale di Chiesa una frase che divenne famosa: “Avvocato, riferisca al suo cliente che l’acqua minerale è finita”.

In Ticino, a rispondere a quella rogatoria c’era Carla Del Ponte, poi divenuta Procuratrice generale della Confederazione: “Mi ricordo perfettamente la prima telefonata di Antonio Di Pietro che mi spiegò l’inizio dell’inchiesta e mi preannunciava l’invio di una domanda d’assistenza giudiziaria per individuare questi conti” ci spiega riavvolgendo il nastro dei ricordi.

"Malgrado avessi una certa esperienza nella lotta alla criminalità finanziaria, devo ammettere che rimasi stupefatta dalla quantità dei conti bancari aperti in Ticino da personalità italiane più o meno note e sui quali era depositato il denaro della corruzione".

Carla Del Ponte

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Quel primo contatto fu l’inizio di un periodo di lavoro molto intenso per colei che guidava il Ministero pubblico in Ticino dove, solo nel 1993, giunsero 242 richieste d’assistenza italiane: “Dopo quella prima rogatoria arrivò una vera e propria valanga e il contatto con i colleghi italiani fu diretto e continuo. Malgrado avessi una certa esperienza nella lotta alla criminalità finanziaria, devo ammettere che rimasi stupefatta dalla quantità dei conti bancari aperti in Ticino da personalità italiane più o meno note e sui quali era depositato il denaro della corruzione”.

Oltre 400 rogatorie in Svizzera

“Dal 1992 al 1999 da Milano inviammo 613 rogatorie internazionali, di cui 442 in Svizzera. Praticamente i tre quarti delle nostre richieste erano dirette nella vicina Confederazione”. Gherardo Colombo, uno dei pubblici ministeri simbolo di Mani Pulite ci viene in aiuto con dei dati che ripesca per noi dai suoi archivi.

Non tutte le rogatorie, però, ebbero un buon responso: “In effetti, la percentuale di risposta positiva della Svizzera si attesta al 57%, ciò che significa che a quasi la metà delle nostre richieste non fu dato seguito. Per altri Paesi come il Lichtenstein o altri paradisi fiscali, però, la percentuale di rispondenza fu molto più bassa” ci dice al telefono l’ex procuratore. Il quale aggiunge come, anche in caso di risposta, bisognasse “attendere dei mesi per avere delle informazioni su un conto bancario”.

"Vi era una grande disponibilità da parte dei colleghi elvetici, anche se per qualcuno ho memoria forse di un eccessivo formalismo". 

Gherardo Colombo

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Malgrado ciò, Gherardo Colombo ricorda che i rapporti con i colleghi svizzeri furono buoni e fruttuosi: “Mi ritornano in mente i viaggi fatti in Svizzera con la mia collega Ilda Boccassini, a Lugano, e poi anche a Berna quando Carla Del Ponte divenne Procuratrice generale. Posso dire che vi era una grande disponibilità da parte dei colleghi elvetici, anche se per qualcuno ho memoria forse di un eccessivo formalismo”.

I due PM Ilda Boccassini e Gherardo Colombo, membri del pool Mani Pulite. Keystone / Daniel Dal Zennaro

Limiti, da una parte e dall’altra

“Anche a Ginevra abbiamo ricevuto decine di commissioni rogatorie. Non sono arrivate tutte in un colpo, ma non avevo mai vissuto una situazione dove un solo Paese ci avesse chiesto così tanta collaborazione”. Bernard Bertossa è stato dal 1990 al 2002 il Procuratore generale del Canton Ginevra, il secondo più toccato, dopo il Ticino, dall’inchiesta Mani Pulite. Nella Città di Calvino aveva ad esempio un proprio conto personale l’ex presidente del Consiglio e ex Segretario del PSI, Bettino Craxi.

L’ex magistrato ginevrino contestualizza le difficoltà dell’assistenza giudiziaria: “Bisogna ricordarsi del contesto dell’epoca. Oggi l’assistenza giudiziaria internazionale in materia penale si è molto semplificata mentre allora vi erano più possibilità di ricorso per ogni rogatoria. Ciò che dilatava di molto i tempi dell’invio delle informazioni”.

Bernard Bertossa doveva intervenire per difendere di fronte ai giudici l’assistenza giudiziaria che le autorità ginevrine accordavano all’Italia: “Favorire l’assistenza giudiziaria internazionale faceva parte del mio programma per il quale fui eletto alla guida della Procura per cui era ovvio che volevamo collaborare” ci spiega l’ex Procuratore generale ginevrino. Bertossa ricorda però anche che “le rogatorie non erano sempre ben formulate, ciò che facilitava i ricorsi inoltrati dagli avvocati elvetici delle persone e delle società coinvolte in Svizzera”. Anche per questo, nel 1994, propose ai colleghi italiani di venire a Ginevra per discutere su come redigere meglio le richieste d’assistenza: “Non si potevano ad esempio accogliere le rogatorie che indicavano come reato la violazione della legge italiana sul finanziamento ai partiti politici che in Svizzera non esisteva. Così come la corruzione di funzionari stranieri da noi non era considerata un reato penale”.

L’eredità di Tangentopoli

“Non posso pensare che allora le banche non si siano accorte di niente in merito a questi conti su cui atterrava il frutto della corruzione”. Carla Del Ponte ci racconta che lei stessa aveva aperto un’inchiesta contro ignoti in Ticino, ma che questa fu chiusa in seguito ai ricorsi delle stesse banche. Con lo sguardo rivolto a quegli anni l’ex procuratrice ricorda che Mani Pulite fu un enorme pubblicità negativa per la piazza finanziaria elvetica e ticinese: “Di sicuro Tangentopoli ebbe un effetto preventivo e, con altri scandali, ha sicuramente accelerato la messa in atto della legge federale sul riciclaggio di denaro in vigore dal 1997. Una legge che da tempo noi procuratori auspicavamo”.

"Di sicuro Tangentopoli ebbe un effetto preventivo e, con altri scandali, ha sicuramente accelerato la messa in atto della legge federale sul riciclaggio di denaro in vigore dal 1997". 

Carla Del Ponte

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Proprio in quegli anni, nel 1996, Gherardo Colombo e Bernard Bertossa furono, insieme ad altri colleghi europei, tra i promotori del cosiddetto Appello di Ginevra, un’iniziativa che ha voluto sensibilizzare sui limiti e le difficoltà della cooperazione giudiziaria in Europa in materia di lotta alla corruzione e alle più gravi forme di criminalità finanziaria. Procuratori e giudici di diversi Stati si erano infatti resi conto sul campo dei rallentamenti che intasavano il buon funzionamento delle procedure di assistenza e del fatto che i conti offshore permettevano ai grandi frodatori, ai criminali e ai corrotti di sfuggire alla giustizia. “Ogni volta che noi procuratori cercavamo di risalire i circuiti finanziari per comprendere i meccanismi della corruzione ci scontravamo con i limiti dettati dalle frontiere e alle difficoltà nell’ottenere le informazioni bancarie in alcuni Paesi, a volte con la Svizzera”.

A Ginevra, i PM italiani, ma anche quelli spagnoli, francesi e belgi avevano trovato in Bernard Bertossa un alleato in questa battaglia. Ciò che ai tempi, in Svizzera, non era per nulla scontato: “Ginevra è stata una sorta di città simbolo, di una coincidenza d’interessi tra i Paesi vittima della corruzione e la Svizzera, dove il denaro di questa corruzione veniva riciclato” conclude l’ex procuratore italiano. Da parte sua, per Bernard Bertossa l’affare Mani Pulite, così come altre vicende in Spagna e in Francia, “furono un po’ la spinta per lanciare l’Appello di Ginevra che ha poi contribuito a lanciare sul piano politico questo dibattito”.



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