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Libertà di stampa: la Svizzera perde posizioni

In Svizzera come altrove (nell'immagine un reporter durante una manifestazione in Francia) la crisi sanitaria ha acuito le tensioni in seno alla società e a volte i giornalisti e le giornaliste sono stati presi di mira. Copyright 2020 The Associated Press. All Rights Reserved

La Confederazione scivola al 14esimo posto nell'indice della libertà di stampa 2022 pubblicato martedì da Reporter senza frontiere (RSF).

Questo contenuto è stato pubblicato il 03 maggio 2022 - 11:56

La situazione della libertà di stampa in Svizzera continua ad essere "piuttosto buona", poiché la Confederazione si classifica al 14esimo posto sui 180 Stati analizzati da RSF, perdendo quattro posizioni rispetto all'anno precedente.

Nel suo rapporto annuale, l'organizzazione non governativa fondata in Francia nel 1985 sottolinea che nel complesso la Confederazione rimane un Paese sicuro per i giornalisti e che l'ambiente politico resta favorevole.

Un settore più fragile

Tuttavia, vi sono anche diversi sviluppi negativi. Pur rimanendo molto diversificato, il paesaggio mediatico ha vissuto negli ultimi anni un movimento di concentrazione, con un'inesorabile riduzione della diversità delle testate e la diminuzione delle entrate.

Il 13 febbraio 2022, l'elettorato svizzero ha inoltre respinto il pacchetto di aiuti ai media, ciò che fragilizza il settore.

RSF sottolinea anche che dall'inizio della crisi legata al coronavirus i giornalisti e le giornaliste "sono sempre più spesso stati presi di mira dagli attivisti che si opponevano alle misure sanitarie". Delle proteste che sono anche sfociate in minacce e persino attacchi fisici.

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Lacune legislative

Il quadro legislativo presenta varie lacune, ritiene inoltre RSF. Il moltiplicarsi di provvedimenti provvisionali richiesti, e spesso ottenuti, contro i media dimostra che la Svizzera non è al riparo dalle cosiddette procedure "museruola".

Un inasprimento di tali misure, approvate dalla Camera dei Cantoni l'anno scorso e da una commissione del Consiglio Nazionale all'inizio dell'anno, "manda un segnale sbagliato".

"Suisse Secrets"

Inoltre, il caso degli "Suisse Secrets" ha evidenziato le minacce che fanno pesare sulla libertà d'informazione le disposizioni penali in materia di segreto bancario. Lo scorso febbraio una nuova inchiesta internazionale di un consorzio di giornalisti investigativi - denominata "Suisse Secrets" - aveva messo in luce le discutibili pratiche di Credit Suisse e di altri istituti finanziari svizzeri, che in passato hanno permesso a personalità di dubbia fama di aprire conti nella Confederazione.

I media svizzeri non avevano però potuto partecipare all'inchiesta, poiché dal 2015 in base alla legge sulle banche i giornalisti e le giornaliste elvetiche rischiano una procedura penale se scrivono in merito a dati bancari divulgati illecitamente.

Questa norma è stata fortemente criticata anche dalla relatrice delle Nazioni Unite sulla libertà di stampa Irene Khan, che lunedì sulle colonne del Tages-Anzeiger ha annunciato di avere l'intenzione di criticare severamente la Svizzera davanti al Consiglio dei diritti umani dell'ONU.

"La legge è un esempio di criminalizzazione del giornalismo. È un problema che si riscontra normalmente negli stati autoritari", ha dichiarato Khan nell'intervista.

Metodologia modificata

In occasione della ventesima edizione della sua classifica mondiale, RSF

ne ha modificato la sua metodologia, che ora tiene conto di cinque nuovi indicatori: contesti politico, legale, economico, socioculturale e di sicurezza. Il confronto tra le classifiche del 2021 e 2022 deve quindi essere considerato con cautela, spiega RSF. Questa nuova metodologia ha avuto un impatto anche sulla graduatoria della Svizzera.

Un numero record di 28 paesi sono in una situazione considerata "molto grave": dodici paesi, tra cui la Bielorussia (153esima) e la Russia (155esima) sono entrati a far parte della "lista rossa" della classifica. Tra i paesi più repressivi per la stampa figurano anche la Cina (175esima), la Birmania (176esima), il Turkmenistan (177esimo), l'Iran (178esimo) e l'Eritrea (179esima). Ultima in classifica è la Corea del Nord (180esima).

Sul podio invece la Norvegia, che si piazza al primo posto, seguita nell'ordine da Danimarca e Svezia: i tre paesi nordici rimangono il modello democratico dove prospera maggiormente la libertà d'espressione.

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E l'Italia?

L'Italia ha da parte sua perso 17 posizioni rispetto al 2021 e si trova al 58esimo posto, tra la Macedonia del Nord e il Niger.

A pesare sulla libertà di stampa in Italia sono le organizzazioni mafiose, nonché "diversi gruppuscoli estremisti o contestatari che compiono violenze", scrive RSF.

Per quanto concerne il quadro legale, l'organizzazione sottolinea "una certa paralisi", che ostacola l'adozione dei vari progetti di legge proposti per preservare o migliorare il libero esercizio della professione giornalistica.

Come in molti altri Paesi, anche in Italia - constata RSF - la polarizzazione della società durante la pandemia ha avuto un impatto sui giornalisti e le giornaliste, che hanno subito attacchi sia verbali che fisici.

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