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Le studentesse svizzere preferiscono la famiglia alla carriera?

Donne impiegato da IBM
L'obiettivo della ricerca era stabilire perché meno donne perseguissero una carriera accademica rispetto ai colleghi uomini. Keystone / Alessandro Della Bella

Il divario tra donne e uomini a livello professionale è innegabile anche nella Confederazione. La ricercatrice di un contestato studio in materia spiega perché non conviene leggere la realtà dei dati con paraocchi ideologici, ma sarebbe meglio aprire un dibattito.

La maggioranza delle studentesse preferisce sposare un uomo benestante invece che fare carriera in proprio? La pubblicazione dei risultati di uno studio zurighese ha acceso negli ultimi giorni un enorme dibattito nella Svizzera tedesca, che sta interessando l’insieme dei media e infuocando il confronto sulle reti sociali. Ora parla una delle autrici della ricerca.

La bomba è scoppiata domenica: la testata SonntagsZeitungCollegamento esterno ha riferito in esclusiva di uno studio – non ancora pubblicato – condotto interpellando quasi 10’000 iscritte all’Università di Zurigo e del Politecnico federale riguardo alle loro ambizioni di carriera, alla loro opinione sulla famiglia, alla scelta del partner e così via.

L’obiettivo era di stabilire perché negli atenei vi fossero ancora così poche donne in posizioni di primo piano. Il risultato – riassunto dal domenicale – può apparire sorprendente: il motivo per cui le donne si trovano raramente in posizioni di leadership non sarebbe principalmente la discriminazione nelle nomine, ma il fatto che esse aspirano a questo obiettivo molto meno degli uomini. La maggior parte delle studentesse avrebbe detto di preferire un partner più anziano e che abbia più successo di loro: in presenza di figli, sarà lui a dover provvedere al reddito principale, mentre lei lavorerà a tempo parziale.

Il problema dell’uovo e della gallina

La notizia ha provocato accese reazioni nei giorni seguenti. Sono scese in campo associazioni come Alliance F e anche diversi esponenti politici. Vi è chi ha sostenuto che in realtà si è di fronte a un problema come quello dell’uovo e della gallina: sono le donne che si indirizzano verso lo scenario indicato o è la situazione generale che spinge le lavoratrici ad adattarsi? A livello accademico il politologo Michael Hermann ha contestato i risultati emersi, basandosi sulle proprie ricerche.

La Neue Zürcher Zeitung (NZZ) dà ora spazio in un’intervista a Katja Rost, professoressa di sociologia e una delle due autrici (l’altra è la professoressa di economia Margit Osterloh) dello studio al centro dell’attenzione, che si dice sorpresa dall’eco suscitata dal suo lavoro. “Ne sono stata sopraffatta e sono stupita anche da quanto estreme siano state le reazioni. Si tratta di una discussione ideologicamente accesa in cui i fronti si stanno irrigidendo. Ma ovviamente sono convinta dei nostri risultati. In realtà non sono sorprendenti, sono in linea con molti studi attuali su questo tema”.

“Non vogliono fare le principesse. Hanno obiettivi diversi”

Le studentesse – chiede la giornalista della NZZ – sono quindi davvero una sorta di principesse che vogliono un uomo ricco e più vecchio? “No, questa è un’affermazione troppo azzardata. Non stiamo assolutamente dicendo questo. Non è certo vero che tutte le donne sposino uomini ricchi e non vogliano fare carriera. Ma dimostriamo che esistono differenze sistematiche tra le ambizioni degli uomini e quelli delle donne”.

Poche desiderano uomini che lavorino a tempo pieno

“Molte donne hanno un modello di ruolo abbastanza egualitario. Vogliono lavorare, ma non sempre – soprattutto con bambini piccoli – a tempo pieno. Pochissime donne desiderano un marito attivo a tempo pieno. Soprattutto le donne dei cosiddetti corsi di laurea femminili” – cioè quelli con il 70% o più di alunne femmine all’inizio dello studio – “vogliono che anche il loro partner lavori a tempo parziale”, spiega la docente dell’Università di Zurigo.

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La ricerca attuale si interessa al fenomeno per cui le donne, sebbene ben rappresentate in molti campi di studio, vedono diminuire la loro quota a ogni livello di carriera accademica: ci sono sempre meno dottorande, assistenti e professoresse. “Per quanto riguarda le cattedre, nonostante le misure per la parità di genere, c’è un tetto massimo del 25%. Il nostro obiettivo era di scoprire perché così tante donne escono dal sistema nel loro percorso di carriera accademica. Per farlo, nel corso di due anni abbiamo raccolto e valutato molti dati dalle statistiche universitarie degli ultimi 10-15 anni e alla fine abbiamo anche intervistato 10’000 studentesse”.

“Molto dipende anche dai settori”

“Abbiamo ipotizzato che le donne abbiano minori opportunità di avanzamento laddove la loro quota è bassa perché sarebbero escluse in quanto minoranza. Tuttavia, abbiamo scoperto che nei cosiddetti corsi femminili di laurea molte donne escono dal sistema durante la loro ascesa. In ingegneria meccanica o fisica, invece, la percentuale di professoresse è paragonabile alla percentuale di donne al momento del bachelor. Questo schema sistematico ha contraddetto completamente la nostra ipotesi”, spiega l’esperta.

“L’interesse nel fare carriera è diminuito universalmente”

“Avevamo dato per scontato che donne e uomini volessero le stesse cose e avessero gli stessi obiettivi. Ma la ricerca mostra che per ora non è così. Il fatto che io abbia avuto una carriera non significa che tutte le donne la vogliano”, osserva la 47enne accademica tedesca. “Ci sono donne che vogliono fare carriera e donne che non lo vogliono. Così come non tutti gli uomini puntano a crescere professionalmente. In ogni caso, l’orientamento alla carriera delle giovani generazioni è complessivamente diminuito, indipendentemente dal genere”.

Serve una discussione sociale

Il problema, sottolinea infine Rost, è come noi, come società, affrontiamo questa cosa. Dobbiamo cambiare le donne e gli uomini? Devono essere tutti uguali? “A mio parere, in questo caso, è necessaria una discussione sociale più ampia. Questo vale anche, ad esempio, per la questione della scelta delle materie di studio e delle carriere. È un male che le donne preferiscano altri indirizzi e professioni rispetto agli uomini? E se è così, cosa vogliamo e possiamo fare come società, senza esercitare coercizione?”.

“Molto fervore ideologico”

“Quello che mi infastidisce di più in queste discussioni è il fervore ideologico”, prosegue la sociologa. “Dire che tutte le donne vogliono fare carriera, se non è vero, porta alla discriminazione degli uomini nel medio termine. Possiamo dire che lo accettiamo: il fine giustifica i mezzi. A lungo termine, però, ciò è negativo per l’emancipazione. In tal caso avremmo fatto un passo indietro. E questo sarebbe un vero peccato”, conclude la professoressa.
 

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