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La Svizzera ha "bruciato" l'identità di una spia kosovara

L'ex procuratore Dick Marty vive sotto protezione da oltre un anno. Keystone / Lukas Lehmann

L’identità dell’uomo che a fine 2020 aveva avvisato l’Ufficio federale della polizia (Fedpol) dell’esistenza di individui che stavano progettando l’assassinio di Dick Marty, ex procuratore pubblico ticinese che si è occupato del conflitto che ha portato all’indipendenza del Kosovo (non riconosciuta da Serbia e altri Paesi), sarebbe stata bruciata dalle autorità elvetiche. A dirlo è il diretto interessato, con cui è riuscita a mettersi in contatto la trasmissione “Mise au point” della Radiotelevisione della Svizzera romanda RTS.

Questo contenuto è stato pubblicato il 15 agosto 2022 - 18:45
tvsvizzera.it/mrj

L’informatore, un 50enne nato in Kosovo, ha lavorato negli anni ’90 per i servizi segreti jugoslavi prima di diventare un agente doppio al servizio della Confederazione e di altri Paesi, Belgio e Germania in particolare. Il suo lavoro consisteva nell’infiltrarsi nelle fila del crimine organizzato e raccogliere informazioni che poi vendeva a servizi d’informazione esteri. Nel corso di una di queste missioni, che stava svolgendo tra Serbia e Kosovo per conto della Germania, è venuto a conoscenza del progetto di assassinio di Marty e ne ha informato Fedpol.

Il ministero pubblico della Confederazione (MPC) ha poi trasmesso le informazioni alla Serbia, chiedendo delucidazioni. Un grave errore, secondo il kosovaro, poiché a Belgrado c’è stata una fuga di notizie e i presunti futuri assassini di Marty hanno saputo che la loro identità e il loro piano erano stati rivelati: un gruppo di cittadini serbi specializzati in missioni di questo tipo – assassinii senza tracce – per i servizi segreti serbi, dai quali sarebbero anche stati formati, secondo l’informatore dell’MPC. “Assoluti professionisti”, si può leggere in un documento dell’MPC, “esperti in uccisioni che non lasciano tracce”. Uno di loro, al momento della diffusione dell’informazione, aveva già introdotto delle armi in Svizzera che sarebbero state utilizzate per uccidere Dick Marty.

Un complotto contro Dick Marty

Lo scorso aprile un’altra inchiesta della RTS ha rivelato che Dick Marty viveva sotto protezione da oltre un anno a causa delle informazioni giunte all’MPS. I serbi, se l’uccisione fosse andata a buon fine, avrebbero poi fatto ricadere la colpa sul Governo albanese di Pristina. La Fedpol aveva allora implementato delle misure di protezione di grado 4: per quattro mesi i coniugi Marty ospitano da loro due agenti “armati fino ai denti” (cit. Dick Marty) e riducono al minimo i loro contatti sociali con l’esterno. Gli agenti non sono più una presenza fissa nella loro vita, ma Dick Marty e la moglie vivono comunque in una casa che è sotto costante videosorveglianza, equipaggiata con allarmi e nella quale si trova anche una safe room, ossia un locale dove rifugiarsi in tutta sicurezza in caso di attacco. Dei poliziotti in borghese, inoltre, sono appostati nei dintorni. Quando esce, inoltre, l’ex procuratore indossa sempre un giubbotto anti-proiettile e si sposta in un’auto blindata e scortata.

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Il doppio agente, che avrebbe fornito alle autorità elvetiche anche i nomi dei mandatari dell’uccisione, ha spiegato ai microfoni della RTS: “Ho dato loro delle ottime informazioni, ma poi le autorità svizzere mi hanno ‘bruciato’. Hanno commesso un grave errore, non capisco come abbiano potuto farlo!”

Quando Berna è poi venuta a conoscenza della fuga di notizie, ha avvisato l’informatore, che si è trovato costretto ad abbandonare la carriera di spia, non prima però di essersi recato in Serbia per cercare di convincere il gruppo di assassini che le informazioni non sono venute da lui. Un tentativo vano, poiché non viene creduto e viene minacciato di morte.

"Trent'anni di carriera rovinati"

Le autorità elvetiche gli offrono allora rifugio nella Confederazione insieme alla sua famiglia, in totale anonimato: nel 2021 viene trasferito nella Svizzera tedesca dove, grazie al programma di protezione testimoni, assume una nuova identità. “Trent’anni di carriera rovinati. E l’alloggio e i 1'000 franchi a settimana che mi dà la Confederazione non sono granché tenendo conto di tutto quello che ho perso”.

L’uomo ora, però, vive all’estero dalla scorsa primavera: nel corso del tempo, infatti, le relazioni con Fedpol e MPC si degradano poiché lui non rispetta e regole a cui deve sottostare nell’ambito del programma di protezione e si reca anche all’estero (per andare a trovare sua figlia, dice) senza informare le autorità. A inizio 2022 la Svizzera decide quindi di toglierlo dal programma a partire dall’estate. E così è stato.

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