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Irene Bernasconi, dal Ticino agli ultimi dell’agro romano

Fu una delle prime maestre montessoriane, una donna straordinaria, un ponte di solidarietà con l’Italia. L'approfondimento della trasmissione della RSI "Segni dei tempi", settimanale evangelico che occupa di spiritualità, etica e diritti umani.

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Si chiama Irene Bernasconi. E ha quasi trent’anni quando nel 1915 decide di lasciare il Ticino e la sua famiglia benestante per andare a insegnare nella sperduta campagna romana, a Palidoro.

È una delle prime maestre montessoriane. Lascia tutto per dedicarsi all’istruzione dei “guitti” nell’agro romano. I guitti sono i lavoratori stagionali che vivono nelle capanne e i loro figli sono bambini dimenticati da tutti.

Irene si rivela una donna straordinaria, un ponte di solidarietà tra il Ticino e l’Italia.

Palidoro nel 1915 vive fra miseria e malaria. Irene vi apre la “Casa dei bambini secondo il metodo Montessori”, una scuola che si dedica in particolare ai bambini fra i 2 ed i 6 anni. Insieme, tiene un diario in cui annota pensieri, riflessioni, speranze. Verso la fine della sua vita torna in Ticino, ma i suoi scritti rimangono a perpetua memoria. In questi scritti viene fuori tutto il suo sforzo per alfabetizzare degli adolescenti costretti a crescere con nulla, in una delle zone più paludose d’Italia.

La sua vicenda rientra all’interno dello sforzo per l’alfabetizzazione portato avanti all’inizio del secolo scorso da un piccolo gruppo d’intellettuali che per il loro impegno vengono definiti “i garibaldini dell’alfabeto”. Irene incontra anche alcune famiglie valdesi, divenendo per questo motivo una figura importante proprio per i valdesi in Italia e in Svizzera. “Avevo scelto di fare scuola in un posto dove non vuole andare nessuno”, scrive nei suoi Diari. E ancora: “Fra gente primitiva, bisognosa di affetto; tra bambini anche sporchi, scalzi, stracciati: bambini vicini alla terra”.

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