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Ristorni dei frontalieri, il governo deve agire

Il governo cantonale ticinese deve avviare trattative con le autorità italiane affinché i ristorni dei frontalieri vengano utilizzati per il finanziamento di servizi e infrastrutture in favore della mobilità transfrontaliera.

Questo contenuto è stato pubblicato il 28 maggio 2018 - 20:43
tvsvizzera/mar con RSI (Il Quotidiano del 28.5.2018)
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A chiederlo è una mozione di due deputati, accettata lunedì dal Gran Consiglio (parlamento cantonale) ticinese per 43 voti favorevoli, 12 contrari e 21 astenuti.

Nel loro atto parlamentareLink esterno, gli esponenti del Partito popolare democratico (PPD, centro) Maurizio Augustoni e Giorgio Fonio rilevano che nella vicenda dei ristorni (ossia quella parte di imposte alla fonte pagate dai frontalieri in Svizzera e retrocesse all'Italia) non è mai stato "seriamente tematizzato l'aspetto più problematico", ovvero il fatto che secondo l'accordo in vigore tra Italia e Svizzera questi importi devono essere impiegati "per opere e servizi pubblici che alcuni Comuni italiani di confine sostengono a causa dei loro residenti che lavorano come frontalieri nei Cantoni dei Grigioni, del Ticino e del Vallese"

Somme tutt'altro che irrilevanti: l'anno scorso nelle casse dei comuni del Varesotto e del Comasco sono finiti oltre 43 milioni di euro, mentre alle province della Lombardia sono stati attribuiti 14 milioni.

Il voto di martedì rappresenta un chiaro segnale all'indirizzo del governo, che entro il 30 giugno dovrà versare all'Italia i ristorni. Sul tavolo dell'Esecutivo cantonale vi è una proposta del consigliere di Stato leghista Claudio Zali di bloccare una parte dei fondi, affinché l'Italia concretizzi alcune opere di interesse transfrontaliero, promesse da tempo.

Tra i parlamentari contrari alla mozione, il liberale radicale (destra) Matteo Quadranti – relatore del rapporto di minoranzaLink esterno – ha sottolineato la necessità di "uscire dalla situazione di stallo", ma "non sulla base di atti di forza unilaterali". Tanto più, si legge nel rapporto, che nell'accordo in vigore (risalente al 1974) "non vi sono chiari elementi convenzionali per poter imporre – men che meno unilateralmente - che i ristorni" vengano usati per precise infrastrutture (in ambito ambientale o della mobilità) ritenute utili dal Ticino.

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