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Un po' più di luce su un mistero inspiegato da 60 anni

L'incidente al Passo Djatlov è definito il più inquietante mistero alpinistico del '900 e ha ispirato moltissime teorie cospirative. EPFL/RSI

Nel 1959, negli Urali settentrionali, persero la vita nove escursionisti. Sono moltissime le teorie sorte in seguito per spiegare il dramma, dallo Yeti agli esperimenti militari segreti. Uno nuovo studio svizzero corrobora la tesi della valanga.

Questo contenuto è stato pubblicato il 06 febbraio 2021 - 20:56

Una tragedia rimasta inspiegata per 60 anni. Si tratta dell'incidente del passo di Djatlov. Nella notte dal 1 al 2 febbraio 1959, un gruppo di nove escursionisti muniti di sci, la maggior parte dei quali studenti del Politecnico degli Urali, trova la morte sul versante orientale del monte Cholat Sjachyl, il cui passo è stato poi ribattezzato dal nome dell'uomo alla testa del gruppo, Igor Djatlov.

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È solo il 26 febbraio quando cinque corpi vengono trovati non lontano dalla tenda. Gli altri quattro sono recuperati due mesi più tardi in un crepaccio. Molti dei cadaveri hanno ferite gravi quali fratture al petto e al cranio.

Le autorità sovietiche conducono allora un'inchiesta per determinare le cause delle morti e arrivano alla conclusione che "una forza naturale" sconosciuta ha ucciso gli escursionisti. 

Non meno di 75 diverse teorie vengono in seguito esaminate per tentare di fare più luce sulla vicenda. Senza successo.

Più di 50 anni dopo, la Russia riapre il dossier e questa volta arriva alla conclusione che non sono stati gli extraterrestri né lo yeti.  Non c'entrano neanche gli esperimenti militari e anche la pista del delitto premeditato è scartata. Si sarebbe trattato di una valanga. Ma questa conclusione della giustizia russa non convince molto l'opinione pubblica.

Gli argomenti contrari sono infatti numerosi: nessun segnale evidente di valanga o detriti segnalato dalla squadra di soccorso, una pendenza bassa al di sopra della tenda e ferite non tipiche delle vittime di valanga.

Expertise elvetica

E qui entra in gioco la Svizzera. Una giornalista statunitense interessata alla questione interpella il Politecnico di Losanna (EPFL). Johan Gaume, direttore del Laboratorio della neve e delle valanghe dell'istituto decide di indagare e coinvolge anche Alexander Puzrin, professore e titolare della cattedra di ingegneria geotecnica al Politecnico di Zurigo (ETH).

"Se la tesi della valanga non è stata molto accettata è perché le autorità russe non hanno spiegato come questa ha avuto luogo", spiega Gaume, secondo il quale gli escursionisti avrebbero fatto un perforato la massa nevosa sul pendio innevato per installare la tenda, uno dei fattori che, ore più tardi, ha provocato la slavina.

Nell'indagine pubblicataLink esterno in "Communications Earth & Environnement", un giornale del gruppo Nature, i ricercatori smontano le obiezioni.

"Con dati sulla topografia locale dimostriamo che una piccola valanga ha potuto verificarsi su un pendio poco ripido lasciando poche tracce. Grazie alle simulazioni, mostriamo inoltre come l'impatto di una tale slavina può provocare le ferite constatate", spiega Gaume.

I due ricercatori restano comunque prudenti sui risultati e precisano che una buona parte di mistero avvolge ancora la vicenda. "Abbiamo solo fornito delle prove solide che rendono l'ipotesi della valanga plausibile" dichiarano.

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tvsvizzera.it/Zz/ats con RSI (TG del 06.02.2021)

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