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I ticinesi che hanno fatto bella Trieste

vista di triste dall alto
Nel momento del boom demografico, la città è stata plasmata da menti della Svizzera italiana. tvsvizzera

Diversi edifici di Trieste sono frutto della mente di architetti ticinesi. 

Nel 1719 l’imperatore Carlo VI d’Asburgo istituì a Trieste il porto franco, cosa che comportò grandi libertà e vantaggi economici per chi vi faceva transitare le proprie merci. Il commercio divenne libero e protetto in caso di guerra, non si pagavano tasse, le navi in arrivo non venivano più perquisite e gli stranieri potevano essere proprietari di case e terreni. La città — unico porto dell’impero asburgico — divenne così la porta dei commerci tra Oriente e Occidente e in pochi decenni visse uno sviluppo senza precedenti: da ogni angolo d’Europa arrivarono imprenditori, ma anche artigiani, muratori, gente semplice in cerca di un avvenire. In pochi anni spuntarono come funghi grandi imprese commerciali che avevano bisogno di braccia, ma anche di idee.

Si formarono così le varie comunità straniere (armena, ebraica, greca, serba, tedesca, inglese). “Dalla Svizzera arrivarono le famiglie Griot, Fontana, Escher, Genel, Glanzmann, Bois de Chesne, Rittmeyer, Collioud e molte altre che in breve tempo si trovarono a capo di imprese ed industrie importanti, oltre a ricoprire ruoli apicali nella camera di commercio, banche e assicurazioni”, spiega il presidente del Circolo svizzero di Trieste Giuseppe Reina.

Un boom demografico in 150 anni

Di pari passo la città visse anche un’esplosione urbanistica, necessaria a sostenere l’arrivo costante di abitanti e l’aumento esponenziale delle attività. In appena 150 anni, da metà ‘700 a fine ‘800, Trieste passò da 5’000 a 200’000 residenti.

All’architettura armonica che caratterizza il centro storico hanno contribuito anche molti architetti e ingegneri ticinesi tra cui Pietro Nobile, Giovanni e Domenico Righetti, Giovanni Scalmanini, Giuseppe Bernardi e Giovanni Gallacchi.

“Nei primi anni di sviluppo della città — spiega la storica dell’arte Rossella Fabiani — architetti e capomastri avevano costruito fabbricati di semplice fattura badando poco alle decorazioni e molto alla funzionalità, ragionando per un ceto di mercanti che voleva investire nelle imprese mercantili e non nelle forme di rappresentanza: erano edifici contrassegnati dai ritmi pacati dei vuoti e dei pieni. Soltanto l’ingresso principale si adornava del bugnato rustico e al piano superiore appariva un balcone rococò”.

Dalla Capriasca a Trieste

In questo contesto si innesta la personalità e lo stile di Pietro Nobile (1776-1854), nato a Campestro, presso Capriasca, e arrivato a Trieste giovanissimo per seguire il padre capomastro. Studiò a Roma grazie a una borsa di studio del Comune di Trieste, guidò gli scavi archeologici nell’area romana della città, progettò l’acquedotto e la biblioteca. Nobile fece del neoclassicismo la cifra della sua opera fino a diventare, nel corso dell’Ottocento, uno dei maestri del genere in Europa. Nel 1818 l’imperatore Francesco I lo volle a Vienna come responsabile delle politiche urbanistiche dell’impero.

L’accademia di architettura di Mendrisio, aperta nel 1996, è la realizzazione di un suo desiderio espresso 150 anni prima, quando raccolse in una serie di volumi alcune migliaia dei suoi disegni (era un lavoratore fecondo e indefesso) da destinare agli studenti.

“Lo stile degli architetti ticinesi è parte integrante del tessuto di Trieste — conclude Rossella Fabiani — uno stile che loro espressero non per cercare una propria affermazione, né per rivendicare l’assolutezza di un linguaggio proprio e diverso. Ne uscì un’architettura discreta, ma piena di sottili sapienze al limite della riottosità e del silenzio. Una discrezione presente non solo nel linguaggio, ma anche nel rapporto con la città e con la sua storia”.

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