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Expo sì, Expo no

Referendum contro la presenza del Ticino ad Expo. Nell'intervista doppia la top five delle motivazioni del presidente del Governo Manuele Bertoli (sì) e del promotore del referendum Boris Bignasca (no)

Questo contenuto è stato pubblicato il 21 settembre 2014 - 12:28

La partecipazione ticinese ad Expo 2015 ha assunto in queste settimane un rilievo preminente nel dibattito politico cantonale, alimentato anche dalla vicinanza relativa delle elezioni dell'aprile 2015. In discussione c'è il credito di 3,5 milioni di franchi votato dal Gran Consiglio (suddiviso in 1,5 milioni destinati a garantire la presenza, con gli altri cantoni alpini, nel padiglione elvetico, 1 milione per i progetti ticinesi e la quota rimanente destinata ad attività di promozione e spese di gestione) su cui i cittadini saranno chiamati a votare il 28 settembre dopo la riuscita del referendum lanciato dalla Lega.

Ma il tempo stringe e all'interno del governo, che era stato unanime al momento dello stanziamento del finanziamento, è in corso un dibattito sulle possibili vie d'uscita. In un primo momento si era affacciata l'ipotesi di un contributo ridotto di 1,7 milioni, spalmato su due anni, di esclusiva competenza dell'esecutivo per onorare gli impegni assunti con gli altri cantoni ma ragioni di ordine giuridico e politico hanno reso problematica questa soluzione.

Nei prossimi giorni sono attese novità su questo fronte ma intanto abbiamo chiesto al presidente del Governo ticinese Manuele Bertoli e a Boris Bignasca, promotore insieme al suo zio Attilio del referendum, le ragioni a sostegno delle due tesi contrapposte.

Leonardo Spagnoli

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