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Expo 2015, l'opinione degli "altri"

Interpellati personaggi diversi dai soliti politici che finora hanno monopolizzato il dibattito sulla manifestazione milanese

Questo contenuto è stato pubblicato il 09 agosto 2014 - 17:02

A meno di un anno dalla sua apertura, si parla di Expo solo nei palazzi del potere. Attraverso esponenti della società milanese, abbiamo provato a capire cos'è l'Esposizione Universale 2015, a partire dal suo motto. "Riflettere su come nutrire il pianeta sarà una grande sfida, servirà la partecipazione della gente comune – dichiara don Virginio Colmegna, presidente della Fondazione Casa della Carità – Expo non dovrà essere un evento puramente commerciale ma dovrà avere un riscontro sociale". Sarà quindi un'occasione per l'integrazione dei popoli, attraverso la cultura. "Occorre recuperare la coscienza del nostro patrimonio, riconoscendone il valore" sottolinea Claudio Salsi, direttore della Soprintendenza di Castello Sforzesco, Musei archeologici e Musei storici. "Bisogna entrare nella condizione mentale per cui ci sembri naturale mangiare con la cultura" aggiunge Salsi.

Klaus Davi, riconosciuto agente di comunicazione, evidenzia una scarsa pubblicità dell'esposizione, priva del necessario carattere emozionale: "Manca ancora un testimonial, dobbiamo essere più seri e non c'è più chance".

Un ritardo figlio anche di una malagestione del tempo, nella fase progettuale. "I cambiamenti che ci sono stati tra la prima e la seconda fase sono per me, più onerosi e molto meno interessanti – afferma Roberto Mascazzini tra i 101 architetti emergenti del pianeta, secondo la rivista mondiale Wallpaper – Gli spazi agricoli previsti inizialmente sono stati sostituiti da grandi strutture e piuttosto che recuperare aree dismesse si è preferito costruire del nuovo".

Quando i riflettori di Expo 2015 si spengeranno, i padiglioni potrebbero continuare a nutrire il pianeta, ospitando il futuro della gastronomia italiana. "Spero che Milano diventi un polo internazionale. L'Italia deve iniziare a fare tendenza, è l'ora che i giovani cuochi italiani influenzino il pensiero" afferma Luigi Taglienti, executive chef de Il Ristorante Trussardi alla Scala. (Laura Fazzini e Claudia Vanni)

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