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Gianni Amelio porta Amatrice a Venezia

"Un piccolo film per scuotere e non per commuovere. È facile versare lacrime, ma c'è un momento in cui dici basta e vuoi che le cose cambino per davvero". Gianni Amelio è andato ad Amatrice un anno dopo il terremoto, sapendo che filmare le macerie delle case crollate e le persone traumatizzate significa emozionare, facilmente. 

Questo contenuto è stato pubblicato il 31 agosto 2017 - 18:29
tvsvizzera.it/fra con RSI
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"Ma non si può sempre piangere", dice Amelio che a Venezia porta come evento speciale un cortometraggio: un film non solo per ricordare, ma per testimoniare che bisogna agire". Il film s'intitola "Casa d'altri" e non per caso: "È un titolo leggermente inquietante: la macchina da presa va in una casa che forse non è stata costruita apposta per entrarci, ci si intrufola in luoghi in cui il pudore dovrebbe essere d'obbligo e si entra rispettando fino in fondo quelli che ti aprono la porta". In questa frase c'è tutto lo spirito di un regista sensibile come Gianni Amelio, capace di raccontare con concretezza asciutta i temi alti rifiutando consolazioni facili. 

Casa d'altri

Casa d'altri non è un documentario, Amelio lo sottolinea più volte, ma segue un filo narrativo con gli occhi di un abitante del paese reatino distrutto: "Amatrice è la vera protagonista, con le sue ferite, le sue lacerazioni". Il regista racconta lo shock della zona rossa dove è entrato scortato dai vigili e le immagini delle stanze tranciate, "quelle cucine ancora in piedi come se il tempo si fosse fermato il 24 agosto 2016, con piatti e bicchieri sul tavolo, te le continui con rabbia a portare dentro". 

Chi ha il dovere di agire deve farlo, presto e bene. In Italia reagiamo subito, sull'onda emotiva, si piange e la solidarietà arriva, poi segue il disinteresse, l'oblio, tutto si perde in labirinti che trasformano la generosità in un vuoto malato. Casa d'altri vuole riflettere su questo". Ma anche della morbosità di cui Amatrice "è vittima". "Lì ormai il sabato e la domenica arrivano i turisti per il selfie sulle macerie e questo- si appassiona il regista - è un atto di vigliaccheria, vergognoso, perché è un gesto di insensibilità e disprezzo umano. Ecco, ad Amatrice la gente è stanca di questo tipo di interesse e vuole ricominciare a vivere, in sicurezza". 

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