CInema svizzero Favolacce al Film festival di Zurigo

Di Mattia Lento
La ragazzina, protagonista del film, con uno zaino in spalla

Fabio D'Innocenzo: "I bambini arrivavano in scena senza aver letto il copione perché volevamo restituire un senso di sorpresa ogni volta".

Amka film

I fratelli romani Damiano e Fabio D’Innocenzo con il loro film, Favolacce, hanno vinto il premio per la migliore sceneggiatura all’ultima Berlinale. La seconda opera dei due registi, coprodotta da Italia e Svizzera e presentata all’ultima edizione del Festival del cinema di Zurigo, ha convinto critica e pubblico.   

I fratelli D’Innocenzo sono cresciuti fuori Roma, nel quartiere di Tor Bella Monaca, e con il loro esordio, La terra dell’abbastanza, hanno scritto e diretto un’opera realistica dai toni noir e cupi ambientata nei bassifondi della periferia romana. In Favolacce, il quartiere fuori Roma, bruciato dal sole estivo, è più o meno benestante, ordinato, apparentemente privo di problemi. Tutto sembra in ordine ma è solo apparenza: la violenza è invisibile, strisciante, soffocata e pronta a esplodere nella maniera più inaspettata. In questo contesto sono i più piccoli a soffrire, ma lo fanno in silenzio, tra un gioco d’acqua e l’altro. Mentre gli adulti, anche dal punto di vista recitativo, sono nervosi, sopra le righe, grotteschi, i bambini affidano la loro inquietudine ai silenzi, agli sguardi, all’immobilità. Uno dei due autori, Fabio D’Innocenzo, ci aiuta a capire questo film originale e complesso.

Fabio D’Innocenzo, quali sono i modelli letterari che hanno ispirato la scrittura di Favolacce?

Il film nasce con una drammaturgia su due livelli. Il primo è quello cronachistico, rielaborato secondo i temi della grande narrativa americana di scrittori come John Updike e Richard Yates, scrittori che trattano della classe media, dei suoi drammi familiari, dei suoi rancori e delle sue frustrazioni. Poi c’è un secondo modello, mediato dalla narrazione diaristica fanciullesca e dalla rielaborazione del narratore adulto, che apparentemente semplificano la materia narrata e l’avvicinano in un certo senso a una favola.  

Quali sono invece i modelli cinematografici?

Nel momento in cui dobbiamo affrontare la messa in scena di quanto abbiamo scritto in sceneggiatura è normale per noi fare riferimento a modelli visivi specifici. Per quanto riguarda i modelli cinematografici provo una sorta di pudore e non mi sento di espormi, quasi volessi “nascondere l’arma del delitto”, ovvero la fonte d’ispirazione. Posso però parlarti con più facilità dei nostri modelli pittorici: Francis Bacon, la semplicità e la sintesi di Edward Hopper, Don Rosa, fumettista Disney, e non da ultimo Alex Colville, pittore nordamericano straordinario.

Possiamo dire che Favolacce appartiene al fortunato filone del cinema di periferia?

Non credo. Il nostro primo film, La terra dell’abbastanza, parla di periferia. In Favolacce siamo di fronte più che altro a un contesto di provincia. Nella periferia c’è una dimensione più irrequieta, più nevrotica, c’è come un senso di rivalsa nei confronti della città, del centro. La provincia è un luogo quasi di ritiro spirituale, si sopravvive in maniera più agiata, anche se poi quel sopravvivere può essere una condanna. La provincia provoca danni meno visibili rispetto alla periferia. In periferia troviamo disagio, in provincia possiamo trovare anche la tragedia. Noi abbiamo vissuto entrambi i contesti: abbiamo vissuto in un quartiere romano lontano dal centro e poi siamo andati a vivere fuori Roma, sul mare, in provincia.


Uno degli aspetti più interessanti del vostro film è il contrasto tra la fotografia quasi bruciata e il buio che avvolge i personaggi. Perché questa scelta?  

Questa scelta era chiara fin dall’inizio. Noi come persone siamo fatti di contraddizioni e quindi anche la realtà è piena di paradossi. Utilizzare un’estetica visiva così calda per un film che in fondo parla di morte sembrava un modo per non fare, per dirla in metafora, una rima semplice, forse troppo banale.   

Nel film sono presenti molte scene forti che coinvolgono interpreti giovanissimi. Come avete gestito questo aspetto della messa in scena?

Siamo andati molto diretti, senza nessuna figura di mediazione. Eravamo consapevoli del rischio di sbattere contro muro, ma era importante provarci, rischiare insieme a loro. Abbiamo fatto questa sorta di viaggio, diciamo così, bendati: noi guidati da loro e loro da noi. I bambini arrivavano in scena senza aver letto il copione perché volevamo restituire un senso di sorpresa ogni volta. Non volevamo fossero schiavi della memoria, ma costruire il film scena per scena, insieme a loro.   

Il film è stato dedicato alla produttrice Tiziana Soudani, da poco scomparsa. Quale ruolo ha giocato la coproduzione svizzera in questo film?

La coproduzione svizzera è stata fondamentale. Il film è stato creato in un momento in cui in Italia c’erano difficoltà produttive considerevoli dovuto a un blocco momentaneo dei prestiti delle banche italiane alle case di produzione. Tiziana Soudani è stata caparbia, ha combattuto tantissimo per avere i fondi dalla televisione svizzera di lingua italiana, la RSI, e ha saputo gestirli al meglio. Il film è costato all'incirca 2 milioni, un budget ricco ma comunque risicato, poiché le uscite erano molte.  

Progetti per il futuro?

Attualmente stiamo lavorando al nostro terzo film, che speriamo, virus permettendo, di portare in sala la prossima primavera. Ne abbiamo in cantiere un quarto, insieme a due serie televisive. Per ora non posso dire di più.

Il film è in programma al Festival del film di Zurigo ancora domenica 4 ottobre (terza proiezione).Favolacce sarà poi distribuito nelle sale della Svizzera tedesca giovedì 8 ottobre. Vedi sul sito del coproduttore svizzero Amka Film altre informazioniLink esterno.

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