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Buono, pulito, giusto: un motto che in 40 anni non ha preso una ruga

Da quasi 40 anni l'associazione Slow Food si batte per un approccio diverso al cibo. Un impegno, quello dell'associazione italiana e delle sue emanazioni nate in tutto il mondo, che assume una rilevanza ancor più grande in un contesto di crisi alimentare ed ecologica sempre più marcata.

Questo contenuto è stato pubblicato il 19 settembre 2022 - 10:45

Da tempo una cifra provoca un fastidioso e costante fruscio nel mio cervello. La cifra è 33, ovvero la  percentuale di cibo sprecato in Svizzera. Pensate, un terzo di tutto quello che è prodotto finisce nella pattumiera: perché ce lo mettiamo noi consumatori, perché lo gettano gli agricoltori, l’industria della trasformazione, i ristoratori, i supermercati o altri protagonisti del lungo e tortuoso percorso che collega il campo con il nostro piatto.

Della lotta contro lo spreco alimentare – e di molto altri aspetti legati al cibo – si parlerà a Torino, dal 22 al 26 settembre, in occasione del Salone del Gusto Terra Madre. Lì sarà presente in forze anche Slow Food Ticino, la prima Condotta ad essere stata fondata fuori d’Italia, nel 1987, dopo che l’anno prima, in Piemonte, erano state gettate le basi di Slow Food. Un’organizzazione oggi presente in 160 paesi, con un milione di attivisti e piccoli produttori impegnati per un cibo buono, pulito e giusto per tutti. L’appuntamento seguente sarà poi il 1° ottobre a Mendrisio, per il primo mercato dei produttori di Slow Food Ticino, un evento voluto proprio per sottolineare i 35 anni di esistenza della Condotta Slow Food Ticino.

Torniamo però brevemente alla cifra 33 che infiamma i miei neuroni: se andiamo a guardare nel dettaglio il dramma dello spreco alimentare emergono altre inquietanti cifre: il 55% del pane finisce in discarica, così come il 54% del pesce e della verdura fresca o il 30% della carne di manzo. A queste cifre, già di per sé terribili, aggiungiamo anche lo spreco di suolo, di acqua e di tutte le altre risorse impiegate per produrre, confezionare, immagazzinare e trasportare questo cibo sprecato. Che fare di fronte a tale scempio?


Un grande fiume

Per prima cosa è urgente che ciascuno si assuma la propria responsabilità e, nel suo piccolo, cerchi di porre freno allo spreco di cibo: tutti i grandi fiumi – recita la saggezza popolare – iniziano da una singola goccia d’acqua. E ciascuno di noi può essere quella goccia: nei piccoli gesti quotidiani, al momento della spesa, privilegiando la produzione locale e di stagione, rigenerando i resti con un pizzico di fantasia, interrogandoci sul vero valore del cibo che ci passa fra le mani. Grandi cambiamenti potranno venire proprio dall’agire finalmente consapevole del singolo, perché, purtroppo, la politica ha mostrato qui tutti i suoi limiti, favorendo le multinazionali dell’industria agro-alimentare e schiacciando i piccoli produttori.

"Grandi cambiamenti potranno venire proprio dall’agire finalmente consapevole del singolo, perché, purtroppo, la politica ha mostrato qui tutti i suoi limiti, favorendo le multinazionali dell’industria agro-alimentare e schiacciando i piccoli produttori",

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Ricordiamoci qui anche del fallimento totale dell’opzione di chi vedeva negli organismi geneticamente modificati (OGM) la chiave di volta per risolvere il problema della fame nel mondo. Un approccio completamente disatteso, perché gli OGM non hanno fatto altro che ridurre la biodiversità, favorendo le monoculture. Oggi, la realtà è questa: 1,3 miliardi di tonnellate di cibo prodotto per il consumo umano perso o sprecato, mentre 840 milioni di persone (12% della popolazione mondiale) sono denutrite.

Educare al cibo e al gusto

Un ruolo importante in funzione di un ripensamento del nostro rapporto con il cibo e di una maggiore consapevolezza lo può e lo deve svolgere la scuola, che dovrebbe finalmente farsi carico di una vera educazione al cibo e al gusto. Un approccio più giusto ed equilibrato dell’alimentazione di tutti i giorni inizia dalla consapevolezza dei bambini, dei giovani in generale, che devono potere capire come il cibo è prodotto, dove e da chi.

Questo percorso educativo può assumere diverse forme, con orti scolastici, momenti conviviali per cucinare insieme semplici pasti o spuntini, visite in fattoria o laboratori del gusto. È importante che questi momenti di scoperta, con l’esperienza diretta che alimenta e rafforza l’apprendimento, mantengano la dimensione del piacere e del gioco nei giovani.

Per Slow Food, l’educazione e la lotta contro lo spreco sono due importanti direzioni verso cui da tempo si è incamminato questo movimento in tutto il mondo. Per questo mi è parso naturale aderire qualche anno fa a Slow Food, dopo avere dato il mio contributo concreto in favore della sensibilizzazione al cibo investendo molto tempo ed energia nel trasmettere consapevolezza alimentare ai miei figli.

E dopo avere fatta mia anche la convinzione che un grande movimento per la lotta allo spreco alimentare possa iniziare con una maggiore responsabilità individuale, sull’esempio della goccia d’acqua che si fa oceano.

Biodiversità anche culturale

Oltre alla lotta contro lo spreco e alla via dell’educazione alimentare, un altro importante impegno di Slow Food è quello per la difesa della biodiversità, della diversità della vita, dal singolo gene alla specie, fino ai livelli più complessi come gli ecosistemi. La biodiversità è fondamentale per l’agricoltura e la produzione del cibo: non solo le specie e le varietà vegetali o le razze animali addomesticate, ma anche, ad esempio, gli insetti, gli invertebrati, i microrganismi che garantiscono la fertilità del suolo.

Per Slow Food biodiversità significa anche cultura, con la storia, la lingue, i valori, i rituali e i comportamenti dei popoli e, in particolare, i preziosi saperi dei contadini per trasformare e conservare le materie prime. Certo, Slow Food si focalizza sul cibo, ma tutto è interconnesso: i microrganismi influenzano l’agricoltura, la salute delle piante, degli animali e dell’uomo; la gestione delle montagne innesca meccanismi che viaggiano lungo i fiumi, per ripercuotersi fin nel profondo degli oceani. È dal mantenimento della biodiversità che passerà uno degli esili fili di speranza che forse permetteranno di attenuare l’impatto della drammatica crisi ambientale che stiamo attraversando. 

Consumo di carne insostenibile

Slow Food accorda anche un’attenzione particolare alla produzione e al consumo di carne. Oggi, il consumo di carne in Occidente è insostenibile e le conseguenze sono gravi sia per la nostra salute che per il clima e la Terra. E non dimentichiamo la dignità negata ai miliardi di animali detenuti negli allevamenti intensivi. Nel 1950 il consumo globale di carne ammontava a 45 milioni di tonnellate e nel 2050 la FAO stima che raggiungeremo i 500 milioni di tonnellate: una cifra più che decuplicata in un secolo.

Ridurre il consumo di carne fa bene alla nostra salute e all’ambiente, con ripercussioni positive sulla qualità dell’aria, del suolo e dell’acqua: un chilo di carne di maiale genera la stessa quantità di CO2 prodotta da 80 chili di patate. Le alternative valide alla valanga di carne industriale malsana esistono. Badate bene, non si tratta della produzione di "carne" elaborata a partire da elementi vegetali, cibo spazzatura artificiale, nocivo e insipido che l’industria vorrebbe rifilarci al posto delle tradizionali bistecche. Non si tratta nemmeno di diventare tutti vegetariani o vegani. No, si tratta di trovare un giusto equilibrio, di chiederci se davvero abbiamo bisogno di ingurgitare oltre 50 kg di carne pro capite all’anno in Svizzera. Per cominciare, si potrebbe sicuramente mangiarne meno e di migliore qualità, carne prodotta nel rispetto della dignità del contadino e dell’animale.

Se è vero che siamo quel che mangiamo, è più che mai opportuno accertarsi che tutti si possano nutrire con un cibo buono, pulito e giusto. Incontriamoci al mercato dei produttori di Slow Food, a Mendrisio il 1° ottobre, per parlarne.


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