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Andrea Bellini: "Inquietante l'improvvisazione nella gestione della cultura in Italia"

Il direttore del CAC di Ginevra molto duro con le istituzioni culturali e politiche italiane

Andrea Bellini è una delle personalità più in vista del panorama artistico, o meglio dei curatori e direttori nell'arte contemporanea.

Dopo una carriera all'interno di Flash Art International che lo ha portato a vivere un po' di tempo a New York, è stato chiamato a dirigere la allora giovane fiera Artissima di Torino, in un momento di piena ascesa di quella che sarebbe poi diventata la più importante fiera al sud delle Alpi.

Da lì si è spostato a dirigere, insieme a Beatrice Merz, il Castello di Rivoli, in un momento invece di grande crisi, sia dal punto di vista finanziario che politico. Da anni il Castello di Rivoli, che è una delle prime istituzioni italiane a coltivare l'arte recente e contemporanea, aspetta indicazioni sulla guida, sulla gestione, sulla relazione con le altre istituzioni torinesi. Collocato in una posizione affascinante e difficile da raggiungere, versa attualmente in uno stato fantasmatico.

Da più di un anno Bellini dirige il Centre d'Art Contemporain di Ginevra, dove ha inaugurato in questi giorni una duplice esposizione dedicata a due artisti americani: Robert Overby e Nicole Miller. Il Centro CAC è un luogo affascinante e generoso, sito in un insediamento pienamente centrale nella città in condominio con una pluralità di centri d'arte contemporanea. Bellini dimostra di trovarcisi più che bene e, soprattutto, di non avere alcuna nostalgia del lavoro in Italia, a giudicare da quanto dice della situazione di Rivoli e del Paese.

Improvvisazione, non senso, non conoscenza della realtà per ciò che essa è; incapacità di ascoltare le voci della realtà: queste sono le caratteristiche che Andrea Bellini attribuisce alla gesitone politica della cultura italiana. Peraltro, Bellini non vede grandi distinzioni tra il comparto della cultura e la situazione generale del Paese.

Abbiamo, dice Bellini, sprecato l'occasione della crisi e la risorsa che avrebbe potuto dare all'Italia di ripensare il modo di concepire la vita comunitaria.

Questa è la visione, molto dura, del direttore del CAC di Ginevra, istituzione che è sempre, peraltro, stata sensibile a ciò che succede a sud del Monte Bianco, sia a livello di paese, che nel saingolo settore dell'arte.

Vito Calabretta

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