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A processo in Svizzera per i fondi scomparsi del Viminale

La sentenza del TPF è attesa per il 4 febbraio. Keystone / Pablo Gianinazzi

Dove sono finiti i circa dieci milioni di euro depositati in Svizzera dal Fondo edifici di culto (FEC), un ente attraverso il quale il Ministero dell’interno italiano gestisce il suo immenso patrimonio culturale? Un processo in corso in questi giorni al Tribunale penale federale (TPF) sta cercando di fare luce su un’intricata vicenda che ha coinvolto la fallita banca Höttinger di Zurigo.

Questo contenuto è stato pubblicato il 19 gennaio 2022 - 15:49
Federico Franchini

Tutto inizia nel 2012 quando, una comunicazione spontanea della Direzione Nazionale Antimafia di Roma, dà il via alle indagini elvetiche. Al centro della vicenda vi è Rocco Zullino, un banchiere italiano da tempo basato in Ticino dove è diventato direttore e proprietario della filiale ticinese della storica banca zurighese Höttinger. L’ex dirigente, da qualche anno residente in Italia, è attualmente sotto processo a Bellinzona. Assieme all’imprenditore napoletano Edoardo Tartaglia, è accusato di presunte malversazioni milionarie a danno dei clienti e di falsità in documenti relativa al conto del FEC. Un terzo imputato, un ex dipendente della banca attualmente in carcere per un’altra vicenda, è accusato per altre presunte malversazioni.

Inizialmente, la lista degli indagati è ben più folta: oltre a Zullino, Tartaglia e altri intermediari finanziari, il Ministero pubblico della Confederazione (MPC) ha in linea di mira anche un ex alto funzionario dei servizi segreti civili italiani e una funzionaria del Viminale. La vicenda scotta, le ipotesi di reato sono gravi: riciclaggio e organizzazione criminale. Un’imputazione, quest’ultima, data dal sospetto legame con la potente famiglia camorrista dei Polverino e, in particolare, da un affare immobiliare relativo alla realizzazione al centro commerciale Ipercoop di Quarto Novo, in provincia di Napoli. Una compravendita che avrebbe garantito un guadagno illecito di oltre dieci milioni di euro. Denaro, questo, che sarebbe stato riciclato in Svizzera dove era stato in parte trasferito.

Nel 2014, il sospetto di appartenenza ad un’organizzazione criminale cade. Le indagini appurano che, grazie alla consulenza di Tartaglia, due membri della famiglia Polverino - Nicola Imbriani e Castrese Paragliola - avevano dei conti alla Höttinger sui quali erano giunti i milioni d’origine criminale. Fino al 2012, al momento dell’arresto di Imbriani, nessuno poteva però sapere con certezza che fossero uomini del clan.

Ad ogni modo, l’inchiesta svizzera continua. I filoni sono in effetti due, nati da due differenti inchieste parallele lanciate in Italia, una dalla procura di Napoli, l’altra da quella di Roma. Se a Napoli la faccenda riguarda la citata vicenda sul denaro dei Polverino (per le quali sia Zullino che Tartaglia sono stati condannati in primo grado nel 2019), le indagini romane cercano di capire che fine hanno fatto i fondi del Viminale. Anche in questo caso i soldi sono arrivati in Svizzera. Anche in questo caso alla Höttinger, dove il FEC aveva aperto un conto. Poi, da qui, i soldi sono spariti.

Una banca fallita

Le indagini elvetiche tracciano i flussi finanziari in entrata e uscita dalla banca di Zurigo e dalla sua filiale ticinese. Una filiale di cui, nel 2010, Rocco Zullino era diventato proprietario e azionista unico tanto che l’istituto venne ridenominato RZ et Associés Lugano. Quest’ultima finisce anch’essa sotto indagine, così come la casa madre di Zurigo e il suo ex responsabile della compliance. Per gli inquirenti federali la carente organizzazione della Höttinger - tra l’altro dichiarata fallitaLink esterno dalla FINMA nel 2015 - non avrebbe impedito il riciclaggio di ingenti somme di denaro.

I diversi tentativi del procuratore Stefano Herold di condannare l’istituto sono però vani. Nel 2019, l’incarto Höttinger è stato rinviato al mittenteLink esterno dal TPF. Vizi procedurali e mezzi di prova poco solidi: queste le motivazioni principali dei giudici. Uno schiaffo per la Procura federale che, visto anche l’arrivo della prescrizione, non ha potuto fare altro che abbandonare l’inchiesta nei confronti della banca, della sua filiale luganese e dell’ex responsabile conformità.

I giudici hanno respinto una prima voltaLink esterno anche l’atto d’accusa nei confronti di Rocco Zullino, Edoardo Tartaglia e del terzo coimputato. Anche in questo caso, complice la prescrizione, si è dovuto abbandonare il reato di riciclaggio. Si arriva così al processo di questi giorni. Un processo sì legato alle presunte malversazioni sul conto del FEC e su altre relazioni, ma che, dieci anni dopo l’apertura dell’inchiesta, vede le accuse limitate ai reati di amministrazione infedele, truffa e falsità in documenti.

Documenti falsificati

Per capire cosa è successo ai soldi gestiti dal Ministero dell’Interno italiano occorre seguire l’atto d’accusa nella parte dedicata alla falsità in documenti. In effetti, Rocco Zullino e Edoardo Tartaglia sono accusati dalla Procura federale anche di aver falsificato la firma di due procuratori del conto FEC, tra cui quella dell’ex vice-direttore dei servizi segreti civili italiani Francesco La Motta. Quest’ultimo, direttore del fondo tra il 2003 e il 2006, era inizialmente indagato in Svizzera e in Italia poiché avrebbe avuto un ruolo in entrambe le vicende, quelle della camorra e quelle del FEC. Dopo essere stato arrestato e rinviato a giudizio nel 2015, nel giugno del 2017 La Motta è stati assolto da tutte le accuse dal Tribunale di Roma. Tribunale che ha però condannato per appropriazione indebita gli stessi Zullino e Tartaglia.

Davanti ai giudici di Bellinzona, Rocco Zullino ha spiegato "la fierezza" di avere tra i suoi clienti il FEC, rappresentato da un personaggio "carismatico" come La Motta. Un cliente di alto livello che era stato portato in banca da Edoardo Tartaglia che altri non era che il cugino dell’alto funzionario.

Misteriosa società di Chiasso

L’ex direttore di banca ha ricordato davanti ai giudici del TPF che, appena arrivati i primi soldi, gli fu chiesto da La Motta di aprire un sottoconto a parte utilizzato per fare dei pagamenti. Come? Attraverso dei bonifici firmati in bianco che arrivavano via DHL e che Zullino compilava secondo le indicazioni di Tartaglia.

Le indagini svizzere hanno appurato che la firma di La Motta è stata falsificata. Documenti falsi, quindi, che davano istruzioni di trasferimento di denaro che non corrispondevano alla volontà del FEC. Una falsificazione che, come emerso in questi giorni a Bellinzona, ha permesso di svuotare il conto 400500 di proprietà del Viminale. Già, ma dove sono finiti questi soldi?

Secondo quanto ritracciato i soldi sono finiti in alcuni conti intestati ad una società di Chiasso, la Silgocom SA. "Una società di spallonaggio" secondo le parole usate in aula dalla presidente della Corte Fiorenza Bergomi. Silgocom era già stata coinvolta in passato in altre indagini e tra i suoi membri vi è stato uno dei principali protagonisti di una vicenda legata ad un gigantesco traffico di oro illecito tra la Svizzera e l’Italia. Il destino dei soldi del FEC, però, non è emerso nemmeno in Tribunale. È probabile che Silgocom mettesse a disposizione dei conti dai quali il denaro veniva prelevato e fatto rientrare in Italia. Dove e per conto di chi non è ancora dato a sapere. Le ombre su questo caso sono ancora molte. La sentenza è attesa per il prossimo 4 febbraio.


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