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"Si rischia una cultura della cancellazione"

Secondo il professor Paolo Nori c'è una russofobia sempre più dilagante in Italia e nel mondo © Keystone / Gian Ehrenzeller

Il conflitto ucraino ha portato al boiccottaggio in tutto il mondo culturale (ma non solo) di istituzioni e personalità russe.

Questo contenuto è stato pubblicato il 03 marzo 2022 - 21:56

Le conseguenze dell’invasione russa in Ucraina toccano pesantemente anche il mondo dello spettacolo e delle arti: in tutto il mondo si assiste a una presa di distanza generale dalle istituzioni russe.

Un esempio che ha fatto molto discutere in questi giorni è stato il licenziamento del direttore d’orchestra Valery Gergiev, scaricato dalla filarmonica di Monaco di Baviera. Anche il Festival di Verbier, in Vallese, dov’era direttore musicale, ne ha chiesto e ottenuto le dimissioni. Il festival di Lucerna, dal canto suo ha deciso di annullare due suoi concerti previsti in agosto: “È il direttore dell’orchestra Mariinsky di San Pietroburgo, un’orchestra di Stato, e quindi è un rappresentante della scena culturale russa. Per noi è una situazione non più sostenibile”, ha dichiarato il direttore del Lucerne Festival Michael Haefliger.

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Una decisione seguita anche dalla Scala di Milano, dalla filarmonica di Parigi e dalla Carnegie Hall di New York.

Il boicottaggio culturale, però, non si ferma qui: il Festival di Cannes ha fatto sapere che non accetterà quest’anno delegazioni russe, mentre Netflix ha fermato tutti i suoi progetti di film e serie in Russia.

La pressione è molto forte e gli artisti sono chiamati a prendere posizione. C’è anche chi ha preferito ritirarsi, come i due artisti che dovevano essere protagonisti del padiglione russo alla Biennale di Venezia.

Secondo alcuni osservatori la russofobia dilagante – e la conseguente cultura della cancellazione che si fa sempre più concreta – rischia di mettere a tacere anche le voci del dissenso.

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Cancel culture che ha già toccato il professore, scrittore e traduttore Paolo Nori. Doveva tenere un corso su Dostojevskij all’Università Bicocca di Milano che è stato inizialmente annullato, poi posticipato e infine i vertici dell’ateneo milanese hanno voluto ripristinarlo, aggiungendo però al programma anche degli scrittori ucraini. Ma il professore ha deciso di rinunciare. “Mi sembra incomprensibile bloccare un corso - che la Bicocca stessa mi aveva chiesto di fare - per via della situazione internazionale attuale. Qual era la colpa di Dostojevskij? Essere russo? Dostojevskij è un’emanazione di Putin? Anche se è morto nel 1881? Mi sembra assurdo”.

Oggi in Italia è una colpa non solo essere un russo vivente, ma anche essere un russo morto. (Paolo Nori)

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Una situazione incomprensibile per il professore, che nel frattempo è stato invitato da altri atenei a presentare il corso che l’università milanese non ha voluto fargli fare. “Io ho l’impressione che ci sia in questi giorni in Occidente e anche in Italia un atteggiamento nei confronti dei russi che faccio fatica a spiegare. Questo sentimento che si sta diffondendo – ossia identificare la nazionalità russa come una colpa – è pericoloso”.

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