Beni culturali all'abbandono Testimoni immobili e silenziosi di un Ticino che non c’è più

Di Céline Stegmüller

Hotel d’altri tempi, sanatori in disuso e vecchie fabbriche in cui non lavora più nessuno: il territorio ticinese è costellato di edifici che hanno marcato la storia del cantone. Oggi in stato di abbandono, pochi di essi figurano sul registro dei beni culturali, ma tutti vivono ancora nei ricordi di chi li frequentava.

facciata del grand hotel di locarno

Chiuso dal 2005, il Grand Hotel di Locarno è uno dei tanti edifici storici ticinesi all'abbandono.

Keystone / Karl Mathis

Forse il più celebre tra tutti gli edifici abbandonati ticinesi, il Grand Hotel Locarno aprì i battenti nel 1876, due anni dopo il completamento del collegamento ferroviario tra Locarno e Bellinzona. Imponente, con vista lago e a due passi dalla stazione, l’albergo di lusso fu anche il primo edificio di Muralto ad ottenere l’illuminazione elettrica nel 1893, e il primo a dotarsi di ascensore e telefono tre anni più tardi. Durante la Conferenza di PaceLink esterno tenutasi sette anni dopo la fine della Prima guerra mondiale, ospitò le delegazioni riunitesi a Locarno per le trattative che portarono, il 1° dicembre 1925, alla firma degli Accordi di Locarno.

Vent’anni più tardi, l’immenso parco accolse la seconda edizione del Locarno Festival, che vi proietterà in seguito tutte le successive edizioni fino agli anni ’70, quando il grande schermo venne trasferito in Piazza Grande. Il Grand Hotel restò tuttavia il cuore pulsante della manifestazione, accogliendo gli ospiti più prestigiosi e organizzando feste sontuose, fino alla sua chiusura nel 2005Link esterno. I quattro piani rosa pallido dell’edificio in stile Belle Époque sfuggono oggi all’osservatore inesperto, nascosti dietro ad un grigio autosilo e alle insegne luminose dei fast foodLink esterno. Nonostante l’apparente anonimato odierno, il Grand Hotel, il suo parco e la dépendance fanno parte dell’inventario dei beni culturali dal 2008.

facciata con la scritta cima norma

All'apice del successo, la fabbrica di cioccolato Cima Norma (nella foto uno dei suoi stabili) dava lavoro ad oltre 300 persone.

tvsvizzera

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Cosa dice la legge

Secondo la legge cantonale ticinese "sono beni culturali i beni mobili e gli immobili che singolarmente o nel loro insieme rivestono interesse per la collettività, in quanto testimonianze dell’attività creativa dell’uomo in tutte le sue espressioni".

La tutela degli oggetti inseriti nell’inventario dei beni culturaliLink esterno è a carico del proprietario stesso, anche se il Cantone può partecipare ai costi nel caso di beni culturali protetti di interesse cantonale. Ad oggi sono 1804 i beni tutelati d’interesse cantonale, di cui 997 architettonici.

Fine della finestrella

Così non è invece per la Fabbrica di cioccolato Cima NormaLink esterno, in Val di Blenio, costruita nel 1903. I fratelli Cima che la fondarono furono anche tra i promotori della ferrovia regionale Biasca-Acquarossa inaugurata nel 1911. Diventata unica fornitrice delle oltre 500 filiali Coop, la Cima Norma nel pieno della sua attività dava lavoro a 340 operai, tra popolazione locale e stagionali italiani. Nel 1966, dopo oltre cinquant’anni di collaborazione, il contratto con la Cooperativa non fu rinnovato e la fabbrica chiuse i battenti due anni dopo, non avendo trovato nuovi clienti. I locali vennero in seguito temporaneamente occupati dai militari; oggi una parte di essi è stata convertita in spazi abitativi mentre il resto dello spazio viene gestito dall’omonima fondazione artistica.

Riconversioni allettanti ma complicate

Altri importanti testimoni storici di un Ticino archiviato sono i sanatori costruiti in zone impervie e discoste. Né il Sanatorio di Piotta, costruito nel 1905 e abbandonato dal 1962, né il Sanatorio di Medoscio, costruito nel 1932 e abbandonato dall’inizio degli anni ’90, sono tuttavia considerati come beni d’interesse per la collettività. Il primo, venduto nel 2016 a degli investitori kazaki, aspetta di trasformarsi in un centro di formazione per gli sport invernali. Il secondo, attualmente di proprietà di un uomo d’affari iraniano, dovrebbe diventare un centro wellness. Ed è proprio per lasciar spazio ad un nuovo centro alberghiero che il Sanatorio di Agra, abbandonato nel 1969, è stato demolito nel 2009.

Una denominazione che non vale la salvezza

Nell’inventarioLink esterno dei beni culturali, informatizzato nel 2002, si trovano innumerevoli chiese, oratori, cappelle e campanili, ma anche arsenali, caserme, oltre alla mulattiera della Tremola e agli studi radiofonici a Lugano-Besso. I beni culturali sono separati in quattro categorie distinte: architettura, opere d’arte immobili, opere d’arte mobili e parti architettoniche. Gli oggetti, edifici o insediamenti che vi figurano possono avvalersi di tutela locale, cantonale o federale. Quest’ultimi sono i beni culturali da proteggere in caso di conflitto armato o catastrofe. Come però testimonia il Grand Hotel, diventare bene culturale tutelato non basta a sfuggire all’abbandono.

Stanno appollaiati su colline soleggiate, o incastrati nel centro città, in cima ad una valle oppure affacciati sul lungolago. Erano fabbriche, ville signorili, sanatori, hotel, cliniche o terme salutari. Ora sono soltanto muri scrostati, corridoi silenziosi e rovi indomiti. Questi edifici, che tra ‘800 e ‘900 erano al centro dell’attualità cantonale, oggi stinti e sventrati passano per lo più inosservati, confondendosi nella vegetazione che si sta riappropriando del territorio. Ambienti suggestivi che fanno la felicità dei fotografi urbex, che si aggirano tra le rovine per immortalarne la desolante bellezza.



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