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Trump attacca il Venezuela e cattura e incrimina Maduro

Keystone-SDA

Gli Stati Uniti hanno attaccato nella notte il Venezuela con un raid areo sulla capitale Caracas che ha provocato vittime, civili e militari. Il leader del Paese, Nicolas Maduro è stato catturato con la moglie e i due "sono stati portati fuori dal Paese".

(Keystone-ATS) Gli Stati Uniti hanno attaccato nella notte il Venezuela con un raid aereo sulla capitale Caracas che ha provocato vittime, civili e militari. Il leader del Paese, Nicolas Maduro è stato catturato con la moglie e i due “sono stati portati fuori dal Paese”.

E’ stato il presidente americano Donald Trump a confermarlo, parlando di “una buona pianificazione e truppe eccellenti. E’ stata un’operazione brillante”. La coppia, ha annunciato la ministra della giustizia americana Pam Bondi, è stata incriminata a New York per “terrorismo e narcotraffico”.

Maduro è stato catturato dalla Delta Force, l’unità anti-terrorismo per le missioni speciali ma, secondo fonti dell’opposizione venezuelana sentite da Sky News, la cattura è il risultato di “un’uscita di scena negoziata”. A dicembre il quotidiano britannico Telegraph svelò che Maduro aveva provato a contrattare con Trump un’uscita, chiedendo un porto sicuro in un Paese amico (Cuba, Russia o Cina), 200 milioni di dollari e l’amnistia per un centinaio di funzionari. Una richiesta, quest’ultima, che avrebbe fatto naufragare la trattativa. Ora è mistero su dove si trovino esattamente Maduro e la moglie. La vicepresidente del Venezuela Delcy Rodríguez ne ha chiesto una prova di esistenza in vita mentre Minsk le riconosce la legittimità della guida del Paese.

Il raid di oggi è la punta dell’iceberg dell’operazione “Southern Spear” contro il narcotraffico, ingaggiata dagli Usa nel mar dei Caraibi. Ma l’azione è stata resa possibile dalla Cia, che ha localizzato il leader chavista. Trump avrebbe approvato l’operazione giorni fa, ma rinviata finora per i disordini in Nigeria.

L’attacco è scattato nel cuore della notte venezuelana, poco prima delle 2 (erano le 7 in Svizzera). Mentre aerei e elicotteri sorvolavano Caracas, almeno sette violente esplosioni hanno squassato la città. Una parte della capitale è sprofondata nel buio, in black-out, mentre la gente si riversava in strada e sui social media iniziavano a circolare le immagini delle esplosioni. Nel mirino delle bombe sono finite infrastrutture militari e logistiche, come il porto di La Guaira. Colpiti anche il palazzo presidenziale di Miraflores, il Parlamento, il ministero della difesa, l’aeroporto della Carlota. Bombardato anche un altro luogo altamente simbolico: il mausoleo di Hugo Chávez, il padre spirituale di Maduro. Intatte le infrastrutture petrolifere, che hanno continuato a funzionare normalmente. Secondo Caracas è infatti il petrolio il vero obiettivo americano dell’attacco.

Immediata la reazione dei Paesi storicamente alleati di Caracas. Mosca parla di violazione del diritto internazionale e l’espulsione forzata di Maduro e sua moglie sono “un’inaccettabile violazione della sovranità di uno Stato indipendente”. Anche l’Iran ha condannato, Cuba si è è schierata col suo principale alleato regionale. La Colombia di Gustavo Petro ha chiesto una riunione urgente del consiglio di sicurezza dell’Onu, spalleggiando la richiesta avanzata dallo stesso Venezuela. Ma ha anche schierato l’esercito al suo confine, aspettandosi un massiccio arrivo di rifugiati. E Lula ha parlato di “aggressione militare criminale”.

L’Ue, per bocca del presidente del Consiglio europeo António Costa, ha invocato una de-escalation e una soluzione democratica. L’Alta rappresentante Kaja Kallas ha ricordato che “l’Ue ha ripetutamente affermato che Maduro è privo di legittimità e ha difeso una transizione pacifica”. Londra ha escluso un coinvolgimento nell’operazione e il premier Keir Starmer sembra prendere le distanze: “Voglio sentire Trump e stabilire i fatti”.

Restano per ora in silenzio i leader dell’opposizione venezuelana, la premio Nobel per la pace María Corina Machado e il presidente eletto in esilio Edmundo González Urrutia.

Fin dalla notte la Farnesina è al lavoro per tutelare i circa 160’000 italiani che vivono in Venezuela. “Seguo con la nostra rappresentanza diplomatica a Caracas l’evoluzione della situazione con particolare attenzione per la comunità italiana. La premier italiana Giorgia Meloni è costantemente informata e l’Unità di crisi della Farnesina è operativa”, ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani. L’ambasciata d’Italia a Caracas ha invitato i connazionali “a non uscire di casa ed evitare gli spostamenti”. In Venezuela ci sono anche una dozzina di italiani detenuti nelle carceri.

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