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Quando la "ramina" divideva Italia e Svizzera

Oggi la frontiera italo-svizzera è diventata assai permeabile e non tutti i posti di frontiera sono presidiati. Basta però fare una camminata nei boschi a cavallo del confine per immergersi in un'altra epoca.

Questo contenuto è stato pubblicato il 23 settembre 2021 - 09:00
Guido Mariani e Vince Cammarata, The Italy Diaries

I ticinesi la chiamano "ramina", in Italia il termine non viene quasi mai utilizzato, se non da frontalieri che varcano il confine ogni giorno. È la rete metallica che divide il Canton Ticino dalla Lombardia, un potente simbolo di divisione di due terre separate da leggi e bandiere, ma con tanti elementi in comune.

Ma "separa" o "separava"? La ramina, infatti, oggi non esiste quasi più e dove esiste è più un relitto di un’epoca antica che una barriera che circoscrive una frontiera. Una sorta di reperto archeologico senza troppe valenze artistiche. La linea immaginaria che taglia in due un confine che anche la geografia vorrebbe inesistente, è diventata negli ultimi anni sempre meno rigida, consentendo una più ampia unione tra due comunità che parlano la stessa lingua.

Le maglie metalliche tra le due nazioni, un sodalizio di Cantoni pluricentenario e una giovanissima Italia nata come paese unitario solo da pochi anni, comparvero alla fine del XIX secolo per iniziativa italiana allo scopo di contrastare il traffico illegale di merci. Fino al 1945, tra Lombardia e Ticino vennero posati circa 70 chilometri di rete, presidiati a sud della recinzione da umili garitte, posti di sorveglianza più attrezzati e caserme.

Nacque così l’era del contrabbando, un’epopea che spesso è stata letta in chiave romantica quasi come un innocuo gioco a guardie e ladri, ma che ha in realtà avuto risvolti tragici. Sicuramente era un fenomeno illegale che però scandiva la vita di genti separate dalla storia e unite dal bisogno. Per molti villaggi di montagna era infatti una scelta obbligata per sopravvivere.

Un confine definito nel 1752

Quella stagione è finita e oggi i militari presidiano solo i posti di frontiera sulle strade più trafficate. Nei boschi la natura ha ripreso il sopravvento. Camminando lungo i sentieri si possono ritrovare ancora testimonianze più antiche della separazione tra Canton Ticino e Lombardia. Sono i cippi di confine e anch’essi raccontano una storia. I più antichi appartengono al XVI secolo e delimitavano la "Liga Helvetica" e lo "Status Mediolani", il ducato di Milano che proprio in quei decenni passava sotto l’autorità della Spagna di Carlo V.

Bisogna fare un salto nel tempo fino al 2 agosto 1752 per ritrovare il confine come lo conosciamo oggi. In quel giorno fu stipulato il Trattato di Varese che ridisegnò le competenze territoriali tra la Lombardia e le tre prefetture svizzere di Lugano, Locarno e Mendrisio. Vennero posizionati nuovi cippi, anch’essi oggi circondati da una fitta vegetazione che non conosce passaporti.


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