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Quadri aziendali stravedono per l’IA, ma lavoratori sono scettici

Keystone-SDA

Entusiasmo fra i quadri, scetticismo fra i dipendenti: la maggioranza dei lavoratori in Svizzera ritiene che l'intelligenza artificiale (IA) sia utile soprattutto alle aziende e non agli impiegati.

(Keystone-ATS) Il dato emerge da una ricerca di Randstad, società specializzata nelle risorse umane.

“Per i singoli collaboratori spesso non è chiaro come l’IA cambierà concretamente la loro giornata lavorativa”, afferma Jan Jacob, numero uno della filiale elvetica della multinazionale, in un’intervista pubblicata oggi dalla Neue Zürcher Zeitung (NZZ). “Chi è insicuro è meno ottimista. Un altro motivo è la comunicazione: l’intelligenza artificiale è arrivata molto rapidamente. Gli imprenditori, sotto pressione, cercano di diventare più efficienti, ma la direzione del viaggio non viene comunicata o viene comunicata solo a metà ai dipendenti”.

Secondo lo studio condotto da Randstad su 27’000 dipendenti e 1125 datori di lavoro in 35 nazioni, il 47% di chi è impiegato in ufficio a livello globale ritiene che l’IA giovi in primo luogo all’impresa e non alle maestranze; in Svizzera la quota sale al 63%. Jacob parla di una “KI-Realitätslücke”, un divario di realtà riguardo all’IA.

Il manager avverte: “I dipendenti sottovalutano quanto l’IA cambierà la loro vita professionale. Il 20% circa non si aspetta alcun mutamento della propria attività. Se però i lavoratori non vengono coinvolti nel processo di transizione, non condividono la visione e perdono la fiducia l’attuazione dei cambiamenti diventa più difficile”.

Stando all’esperto la mancanza di entusiasmo è anche una forma di sano scetticismo. L’ottimismo nei confronti dell’intelligenza artificiale – chiede il giornalista NZZ – è quindi in fin dei conti una questione di livello gerarchico? “Sì, assolutamente”, risponde l’intervistato. “Le aziende vedono le opportunità che l’intelligenza artificiale offre loro. Spesso la storia si ripete: quando in Inghilterra le prime macchine fecero il loro ingresso nelle fabbriche probabilmente nessuno avrebbe immaginato che avrebbero assunto la maggior parte del lavoro di allora. Credo che oggi ci troviamo in una situazione simile”.

Dalla ricerca emerge anche un altro dato che potrebbe sorprendere. “La metà di tutti i dipendenti ormai preferisce usare l’IA per ricevere consigli professionali piuttosto che chiedere ai propri superiori”. Motivo? “La soglia di inibizione nei confronti di un chatbot è bassa. Non pone domande di ritorno, il che rende la conversazione piacevole. Se invece si parla con il superiore, in lui forse scattano i campanelli d’allarme e arrivano domande scomode”.

Sul fronte della fiducia, Jacob osserva che il 72% degli intervistati dichiara di avere un buon rapporto con il proprio superiore. “Le persone differenziano però tra le questioni aziendali della vita lavorativa – dove c’è fiducia – e gli ambiti personali che riguardano la propria carriera: lì diventa più difficile”.

Alla domanda su cosa debbano fare i lavoratori per essere pronti per l’era dell’IA, il dirigente risponde: “La base è l’apertura verso il nuovo. Nessuna paura del cambiamento, voglia invece di provare cose nuove. I dipendenti devono sapere come integrare la nuova tecnologia nella routine lavorativa. A questo scopo servono formazioni continue”.

Quanto al controllo dei risultati generati dall’IA, il manager sottolinea: “Non dobbiamo diventare poliziotti, ma il controllo diventa più importante. Non possiamo fidarci ciecamente dei risultati. È richiesta più che mai la capacità di pensiero critico, anche per mettere in discussione le risposte dell’IA”.

Infine Jacob corregge l’idea che i dipendenti, di fronte all’innovazione, tendano a frenare. “Le aziende sono forse un passo avanti dal punto di vista mentale. E la realtà non è ancora necessariamente arrivata ai livelli gerarchici inferiori: ma questo non significa che i dipendenti frenino. Corrono anche loro”, conclude.

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