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Prezzi produzione e importazione ancora in calo, sarà ultima volta?

Keystone-SDA

Sul fronte aziendale vi sono ancora segnali di rallentamento del rincaro, in attesa di conoscere l'impatto che avrà la guerra in Medio Oriente: in febbraio i prezzi alla produzione e all'importazione sono scesi dello 0,3% rispetto a gennaio.

(Keystone-ATS) Su base annua si regista una flessione del 2,7%, ciò che costituisce il 34esimo arretramento consecutivo, emerge dalle informazioni diffuse stamani dall’Ufficio federale di statistica (UST).

Nel dettaglio, per quanto riguarda il dato sui soli prezzi alla produzione – che mostra l’evoluzione relativa ai prodotti indigeni – si è assistito rispettivamente a una diminuzione mensile dello 0,5% e a una contrazione del 2,3% rispetto allo stesso mese del 2025. Nel confronto con gennaio sono diventati più a buon mercato soprattutto i prodotti farmaceutici e quelli chimici.

Il secondo sottoindice, quello dei prezzi all’importazione, presenta un’evoluzione contrastante: risulta in lieve progressione il dato mensile (+0,2%), mentre è in forte diminuzione quello annuo (-3,5%). Si è dovuto pagare di più – nel paragone mensile – i prodotti petroliferi, il greggio e il gas naturale.

Il calo su base annua dell’indice complessivo è il più elevato registrato da oltre cinque anni: per ritrovare un valore maggiore bisogna infatti risalire all’ottobre 2020, quando si attestava al -2,9%. Con l’inizio della guerra in Iran alla fine di febbraio e il massiccio aumento del prezzo del petrolio, che ha recentemente superato i 100 dollari, i prezzi all’importazione dovrebbero però aumentare significativamente nei prossimi mesi, spingendo così al rialzo anche l’indicatore. Una situazione simile si era verificata nel 2022: dopo l’inizio della guerra in Ucraina i prezzi dell’energia erano aumentati notevolmente, portando l’indice a raggiungere un incremento annuo del 6,9% nei mesi di maggio e giugno.

L’indice dei prezzi alla produzione e all’importazione è un indicatore congiunturale che riflette l’andamento dell’offerta e della domanda sui mercati dei beni, spiegava tempo fa l’UST. Il dato è considerato un parametro importante per capire lo sviluppo dei prezzi al consumo (cioè l’inflazione), poiché i costi di produzione sono normalmente trasferiti sui prodotti finali. Tuttavia mostra oscillazioni significativamente più marcate ed è molto più volatile a causa della forte dipendenza dalle materie prime.

Come si ricorderà in Svizzera l’inflazione è attestata allo 0,1% in febbraio in Svizzera, lo stesso livello registrato in gennaio e in dicembre. Si tratterà ora di vedere come evolverà alla luce dei recenti sviluppi geopolitici. Va peraltro detto che in questo contesto il franco forte agisce come calmiere per il rincaro importato.

L’inflazione in media annua si è attestata nel 2025 allo 0,2%, un dato che fa seguito all’1,1% del 2024 e al 2,8% del 2022 (massimo da 30 anni). L’ultimo valore negativo risale al 2020, quando era stato registrato -0,7%. I vari attori economici che pubblicano previsioni sul tema (a titolo d’esempio Seco, Ocse, KOF, Economiesuisse, UBS, Fondo monetario internazionale) pronosticano che nel 2026 il rincaro medio si attesterà a valori compresi fra lo 0,9% e l’1,4%; per quanto riguarda il 2027 le stime si muovono in una fascia fra l’1,2% e l’1,7%.

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