Oro, che farà dopo il tonfo? Pausa tattica o trend ribassista?
Dopo aver surclassato ogni altra classe di attivi nel 2025, l'oro sta vivendo un'estate di fuoco, ma non nel modo in cui gli investitori speravano.
(Keystone-ATS) Il metallo prezioso, tradizionale rifugio sicuro in tempi di crisi, ha subito una violenta correzione dai massimi storici toccati a inizio anno, salvo poi mostrare segnali di stabilizzazione attorno ai 4400 dollari l’oncia. La domanda che gli operatori si pongono ora è: si tratta di una semplice pausa prima di una nuova impennata o dell’inizio di una fase ribassista più strutturata?
Il 2025 era stato un anno da incorniciare per l’oro, con un balzo del 60% che aveva lasciato non pochi a bocca aperta. La cavalcata era proseguita sino a fine gennaio 2026, quando il prezzo aveva sfondato il muro dei 5500 dollari l’oncia, toccando un record assoluto. Da quel momento, però, la musica è cambiata drasticamente: il metallo giallo ha invertito la rotta perdendo oltre un quarto del suo valore, fino a trovare un primo sostegno psicologico e tecnico attorno ai 4000 dollari. Nelle ultime settimane, il prezzo è risalito di alcune centinaia di dollari, ma l’incertezza regna sovrana.
Nonostante la recente batosta, gli analisti individuano diversi fattori che potrebbero rilanciare il corso del metallo prezioso e al primo posto c’è la geopolitica. Il conflitto in Medio Oriente gioca un doppio ruolo: da un lato, finché non si raggiunge una pace duratura l’oro beneficia del suo status di bene rifugio; dall’altro, paradossalmente anche un eventuale accordo potrebbe favorire il metallo. Come spiegato dal commerciante Heraeus, una distensione porterebbe infatti alla riapertura dello Stretto di Hormuz, facendo scendere i prezzi del petrolio, calmando l’inflazione e quindi abbassando le aspettative sui tassi d’interesse. Un contesto di tassi più bassi è storicamente positivo per l’oro, che non dà rendimenti.
Anche il dollaro sta giocando la sua parte. La moneta americana, che nei mesi scorsi si era rafforzata spinta dalle attese di un inasprimento della politica monetaria da parte della Federal Reserve, ha recentemente frenato la sua corsa. Un dollaro più debole rende l’oro, quotato in dollari, più conveniente per gli acquirenti stranieri, sostenendone la domanda. A questo si aggiungono le operazioni di intervento valutario da parte di Stati Uniti e Giappone, che secondo gli esperti di UBS hanno indirettamente fornito un aiuto al metallo giallo.
Infine un sostegno strutturale arriva dalle banche centrali: nel secondo trimestre del 2026 gli istituti hanno continuato ad accumulare riserve auree, aggiungendo ben 289 tonnellate nette alle loro casseforti. Questo flusso costante, secondo il World Gold Council (WGC), l’associazione delle principali aziende minerarie aurifere, crea una solida base per il prezzo.
Dall’altra parte della barricata, i fattori ribassisti sono altrettanto pesanti. Il principale ostacolo rimane il fatto che l’oro non genera interessi né dividendi, il che lo rende poco attraente in un contesto di tassi reali elevati. Sebbene la Fed abbia interrotto i rialzi, i tassi restano su livelli storicamente significativi e l’impennata del prezzo del petrolio minaccia di riaccendere l’inflazione.
A pesare è anche la domanda fisica, in particolare quella di gioielleria, che nel secondo trimestre è crollata del 17% su base annua. Il motivo è semplice: nonostante la correzione, il prezzo dell’oro rimane proibitivo per molti mercati tradizionali, come quelli di India e Cina, fortemente sensibili al costo del metallo. Anche l’entusiasmo degli investitori si è raffreddato: la volatilità degli ultimi mesi ha allontanato molti fondi dagli ETF auriferi e ha ridotto l’acquisto di lingotti e monete fisiche.
C’è poi chi, come Sean Duffin della società d’investimento Cambridge Associates, invita a prendere con le pinze il ruolo delle banche centrali. Solo un terzo degli istituti prevede di aumentare le proprie riserve auree nei prossimi tre anni, contro la metà che lo aveva dichiarato in precedenza. L’oro, avverte l’esperto, è oggi molto più sensibile al livello di fiducia degli investitori e, pur mantenendo il suo ruolo di copertura in scenari di crisi, presenta una volatilità non trascurabile.
Per gli analisti di UBS la situazione attuale va inquadrata in una prospettiva di lungo periodo. La correzione da 5500 a 4000 dollari, seppur violenta, è fisiologica se paragonata ai crolli storici del metallo. Nel 1980, ad esempio, l’oro impiegò 18 mesi a crollare del 50% dopo il suo picco. La raccomandazione per gli investitori è quella di distinguere tra movimenti tattici a breve termine e valutazioni strategiche. Se la Fed manterrà i tassi invariati per poi iniziare a tagliarli dal 2027, come previsto da UBS, il contesto potrebbe diventare estremamente favorevole, con il prezzo che potrebbe tornare a sfidare quota 5000 dollari.
Per chi cerca un ingresso, gli esperti suggeriscono di considerare eventuali nuovi affondi verso i 4000 dollari come un’opportunità per costruire o incrementare una posizione strategica nell’oro. In un mondo che, tra guerre, inflazione e incertezze politiche, continua a essere un luogo rischioso, sia per gli investitori sia per i comuni mortali.