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Organizzazione marittima chiede corridoio navale sicuro a Hormuz

Keystone-SDA

L'Organizzazione Marittima Internazionale (Imo) ha approvato una dichiarazione in cui i Paesi aderenti chiedono l'apertura di "un corridoio navale sicuro" per il traffico commerciale attraverso lo strategico Stretto di Hormuz.

(Keystone-ATS) La dichiarazione è stata approvata dai Paesi membri del consiglio dell’Imo, incontratisi ieri e oggi a Londra per una riunione di emergenza incentrata sulle conseguenze dello scenario bellico nel Golfo, con lo Stretto di Hormuz chiuso in larga parte ai transiti dall’Iran in risposta agli attacchi di Usa e Israele.

Teheran fa parte dell’Organizzazione, ma non del Consiglio. La dichiarazione formale, diffusa oggi a conclusione dei lavori del consiglio dell’Imo, riprende l’appello lanciato ieri da Arsenio Dominguez, segretario generale dell’agenzia dell’Onu garante del rispetto delle regole sulla sicurezza della navigazione mercantile internazionale.

Nel testo si sollecita la creazione di “un corridoio marittimo sicuro” come “misura provvisoria e urgente” per ripristinare i transiti attraverso lo Stretto di Hormuz: più che decimati dall’inizio della guerra fra Usa e Israele da un lato e Iran dall’altro, fino a un totale di appena una novantina di passaggi di navi commerciali nelle ultime tre settimane (erano stati oltre 1200 nei soli primi 10 giorni di marzo del 2025).

20’000 marittimi in pericolo

Allo stesso tempo, il documento ribadisce la richiesta di “facilitare l’evacuazione sicura delle navi ritrovatesi bloccate in quel tratto di mare ad alto rischio”. Navi conteggiate ieri da Dominguez in almeno 3200, al momento, con oltre 20’000 marittimi complessivi in pericolo.

La riunione è stata segnata dalla polemica dei delegati dei Paesi arabi del Golfo, contro l’allargamento della rappresaglia di Teheran ai loro interessi e al traffico internazionale di gas, petrolio e altri prodotti (lungo una rotta vitale per i commerci globali).

Polemica a cui l’Iran ha replicato denunciando la responsabilità primaria degli attacchi israelo-americani, resi possibili anche dalla presenza di basi e infrastrutture militari di Washington in Stati come Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait o Qatar.

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